L’errore
«Maledizione!» Jamie abbassò la leva del fucile scaraventando il bossolo tintinnante sul pavimento del terrazzo. Si scostò per un secondo dal mirino telescopico per alzare gli occhi al cielo con disappunto «E adesso?» esclamò. Il sudore freddo cominciò a rigarne la fronte fino a infastidirne la vista «maledizione» ripeté asciugandosi e osservando di nuovo dal telescopio la scena del crimine.
Il cadavere di un uomo giaceva ai piedi di un grande divano nero in tessuto che affacciava sulla vista della città, una donna, più giovane di lui, di una bellezza percepibile anche dall’obiettivo di un fucile, lo osservava senza stupore mentre con lentezza sembrava rifugiarsi dietro una delle poltrone che completavano il salotto.
Dalla grande via sottostante arrivavano, incanalati dalle alte pareti dei grattacieli e attutiti dalla grande distanza, i rumori della città viva: motori al minimo di auto e autobus che popolavano la strada, clacson sporadici che gli impazienti suonavano alla prima luce verde dei semafori, musica pop dall’altoparlante di qualche locale dissidente.
La nuca della donna, coronata da rossi capelli leggermente ondulati, si intravide per un attimo muoversi accanto al busto del cadavere. Aspettò qualche secondo e alzando rapidamente un cuscino sembrò simulare uno spostamento atto a ingannare il cecchino che però non sparò nessun secondo colpo. Con calma e attenzione alzò quindi la testa per osservare la finestra dalla quale era giunto lo sparo. Nessun movimento.
Jamie osservava quegli spostamenti lucidi dal suo obiettivo, erano passati poco più di venti secondi dallo sparo e probabilmente era giunto il momento di ritirare l’attrezzatura e lasciare la postazione. La donna avrebbe certamente chiamato la polizia nei secondi successivi e nell’arco di cinque minuti probabilmente ci sarebbe stata una ricerca a tappeto del quartiere. Con movimenti automatici e sequenziali tipici di chi li esegue abitualmente Jamie sganciò il fucile dal bipiede e smontò rapidamente il mirino telescopico posandolo accanto ad un grande borsone da palestra. Cominciò poi a smontare la canna quando lo schermo del cellulare cominciò a vibrare illuminandosi a ritmo: «Margot».
Jamie acchiappò l’obiettivo appena smontato e osservò nuovamente il salone: l’immagine che si presentava davanti ai suoi occhi era come il negativo della scena che aveva visto precedentemente. La luce gialla e calda che prima illuminava la sala era stata spenta. La donna in piedi nelle tenebre reggeva in mano un telefono che proiettava una leggera luce bianca e soffusa sul suo viso.
«Pronto» rispose Jamie.
Lasciatemi spiegare
Ecco quello che è successo: ho ucciso una persona per sbaglio, o per meglio dire, ho ucciso la persona sbagliata. Mi spiego meglio, sono un sicario, un killer. Uccido le persone per mestiere e non pecco di superbia ma di onestà nell’affermare che ho un’ottima reputazione nell’ambiente della malavita cittadina. Probabilmente in quello della polizia e dell’opinione pubblica appaio come un essere senza un’anima, un delinquente senza cuore. La cosa non mi disturba. In fondo è la verità e io adoro la verità. Forse la verità è il mio solo punto debole. Attenzione! So bluffare sia chiaro, semplicemente non mi piace quando gli altri mentono.
Adesso mi trovo davanti ad una situazione di stallo interessante: ho sbagliato nel mio lavoro e ne dovrò pagare le conseguenze. Non solo dal punto di vista professionale, quello è il meno peggio, si può benissimo rimediare ad un simile errore trovando e uccidendo la persona giusta. Giusto? Sbagliato. Ecco che qui si complicano le cose.
Facciamo qualche passo indietro nel tempo così da poter spiegare adeguatamente la gravità del mio errore. Poco importa chi ho ucciso o chi avrei dovuto uccidere quanto piuttosto la relazione che intercorreva tra di noi. Perché è questo il motore di tutto, il combustibile, l’acceleratore delle mie azioni.
Dovete sapere che non uccido a causa di istinti innati, rabbia repressa o istinto di conservazione. Non ho scelto questo mestiere per pura passione, certo, mi piace uccidere lo ammetto, altrimenti non lo farei di professione. C’è però anche un tornaconto personale, che va oltre il guadagno pecuniario. Uccidere qualcuno mi permette di rimuoverlo completamente e definitivamente dalla mia mente. O per lo meno i sentimenti, le emozioni ed i ricordi legati a quella persona.
Ricordo che è esistita questo sì, ricordo vagamente quello che è accaduto tra di noi, grazie anche al supporto di strumenti digitali come fotografie e video, o cartacei come lettere e diari, ma non ho più alcun sentimento legato a quella conoscenza. Che poi del resto è un po’ quello che capita a tutti o sbaglio? Non possiamo ricordare precisamente tutto quello che abbiamo condiviso con qualcuno, quello che meglio rimane impresso sono le emozioni legate a quella persona.
Ebbene, l’atto di uccidere una persona mi permette di rimuovere tutto questo antipatico strato di sporcizia sentimentale e poter così non soccombere di malessere interiore. La sensazione di liberazione che provo ogni volta che uccido è mistica. Vero è che non ho mai ucciso nessuno per cui provavo un pur minimo affetto o benevolenza, per alcuni di loro potevo provare pena, ma tendenzialmente provavo ribrezzo o disprezzo.
Ho capito di avere questa notevole capacità di liberazione per caso, quando ho dovuto uccidere una persona che conoscevo. Dico ho dovuto perché era inevitabile purtroppo; penso comunque che per me e per il Mondo intero probabilmente, ho fatto un’ottima azione. Seppur non ho molti ricordi a riguardo. Non avevo avuto chissà quale relazione con questa persona, era un vicino di casa, un vicino con cui non avevo un ottimo legame lo ammetto. Lui aveva da poco superato i dieci anni di età, io ne avevo quasi otto. Frequentavamo la stessa scuola e questo malevolo individuo era temuto dalla maggior parte dei bambini, offendeva, ridicolizzava, picchiava e rubava la merenda ed il turno sull’altalena a chiunque indiscriminatamente. Il tutto poteva anche non disturbarmi eccessivamente se non fosse che, essendo mio vicino di casa, gli altri bambini mi pensavano suo complice o amico mentre la realtà era che ogni giorno, sulla via del ritorno, che cercavo di fare in solitaria contemplazione della vita, lui mi tormentava con la sua mountain bike ultimo modello.
Capite ora come la sua morte, per la preservazione del mio equilibrio, fosse necessaria.
Non fu complicato ucciderlo, gli spaccai la testa con un sasso dopo averlo fatto cadere dalla sua stupida bicicletta. Scappai dopo aver verificato la credibilità di una casualità nefasta.
La mia soddisfazione andò però sorprendentemente oltre le mie aspettative. La mia intenzione di ucciderlo era prettamente logistica, dovevo eliminarlo per vivere al meglio la mia vita. Non avrei mai immaginato che facendolo avrei anche rimosso dalla mia mente tutta la frustrazione e angoscia che quotidianamente mi creava la sua presenza. Fu un tocca sana.
E così cominciai subito a pianificare il mio secondo omicidio. C’era un altro bambino, nella mia scuola, che non prometteva un successo radioso. Ma quando valutai le varie possibilità di come ucciderlo e nascondere la mia colpevolezza mi resi conto della difficoltà. Le casualità infatti non possono verificarsi così frequentemente. Giustificare un incidente è semplice, farlo due volte nell’arco di poco tempo comincia a essere discutibile. Le persone intorno a te non possono morire con tale frequenza senza destare sospetti.
Dovetti così aspettare diverso tempo prima di poter uccidere nuovamente, cominciai con chi, per un motivo o per un altro, aveva abusato psicologicamente o fisicamente delle persone a me care. Certo, per loro il trauma rimaneva ma il mio cervello si liberava di quella cappa di angoscia che i loro racconti mi infliggevano.
Come potete immaginare ero, e tutt’ora sono, una persona silenziosa a cui poco interessa della vita altrui, ma dovevo mascherarmi per nascondere la mia vera natura quindi ho sempre lasciato che le persone si avvicinassero a me senza mai allontanarle aggressivamente. La mia mansuetudine e l’annuire in maniera compulsiva alle loro parole per simulare empatia, faceva sì che mi prendessero in simpatia e si confidassero con me. Questo perché l’autoreferenzialità di questi tempi è più importante di ogni relazione interpersonale e impedisce chiunque di stringere un rapporto adeguatamente bilanciato. Aggiungerei fortunatamente dato che grazie a queste dinamiche ho sempre potuto nascondere convenientemente la mia vera natura anomala.
Crescendo ho poi capito però di aver bisogno di uccidere più spesso, non bastava un omicidio ogni due, tre anni, non era più sufficiente per la mia sete di morte. Il passaggio alla professione di sicario fu quindi abbastanza naturale. Mi avvicinai alla malavita grazie ad un omicidio casuale in cui dopo aver studiato ed eseguito la perfetta morte per l’ex amante violento e ossessivo di una mia conoscenza, che scoprii poi essere collegato alla criminalità organizzata cittadina. L’omicidio fu, comprensibilmente, collegata ad una risoluzione di conti tra criminali. Capii così quanto fosse semplice in quell’ambiente, tutti si ammazzavano ordinariamente e le forze dell’ordine potevano solo cercare di comprendere la fitta rete generale dei boss piuttosto che dei pedoni sacrificati quotidianamente. In questo intricato gioco di potere potei inserirmi come libero professionista, rivendicai il primo omicidio e ne commisi un altro per sport e per poter ingrandire il mio curriculum. Scelsi un nome eccellente tra la criminalità e ne pianificai dettagliatamente l’esecuzione. Fu un trionfo. Negli anni successivi ho potuto lavorare con i migliori criminali della zona, erano tutti così raccapriccianti e disgustosi che ucciderli mi rilassava come un buon bicchiere di whiskey accompagnato da un sigaro cubano.
Avrei potuto salire tranquillamente la scala di potere se solo avessi deciso di associarmi ad una famiglia piuttosto che ad un’altra, ma volevo evitare burocrazia e politica, non volevo muovere i fili, volevo solo tagliarli.
Ad oggi faccio questo mestiere professionalmente e con successo da quasi quindici anni e devo ammettere che mai mi era capitato di sbagliare così irrimediabilmente.
Ora che sapete bene o male quale è stato il mio percorso e le mie esperienze avete tutti gli strumenti per capire al meglio la gravità del mio errore. Passiamo dunque ai dati.
Un giorno di non molto tempo fa, precisamente tre mesi fa, mi venne commissionato un grosso incarico: avrei dovuto uccidere la figlia del boss di un’importante famiglia criminale. Non ci sarebbe stata nessuna complicazione se non fosse stato che esattamente la sera dopo aver accettato la commissione, durante una cena da amici, ebbi il piacere e la sfortuna di conoscerla personalmente.
Fu un incontro gradevole, non posso negarlo, mi trovavo finalmente a parlare con qualcuno con cui provavo altri sentimenti oltre il totale disprezzo o indifferenza e dovevo ucciderlo. Davvero un peccato.
Mi auto convinsi però che conoscerla meglio non avrebbe minimamente compromesso il mio lavoro, anzi! L’avrebbe forse potuto rendere più semplice e lineare. Avrebbe semplificato lo studio del piano e la sua preparazione. Avrei potuto approfondire la mia conoscenza della vittima, studiarne meglio le abitudini così da poter preparare con meticolosità e attenzione un omicidio impeccabile.
Inizialmente valutai il rischio che la mia identità venisse scoperta, per un momento dubitai anche la possibilità di un doppio gioco ma, dopo una piccola indagine, tutto si rivelò sotto controllo. L’unica paura che cominciò a tormentare seriamente i miei pensieri fu quella di arrivare a provare dei sentimenti talmente forti da compromettere la riuscita dell’operazione. Fugai ogni incertezza con la consapevolezza che qualunque emozione avrei provato sarebbe scomparsa senza lasciare traccia dopo l’omicidio. Ammetto senza vergogna che quella certezza mi tranquillizzò e, nei mesi successivi, mi lasciai trasportare dagli eventi senza alcun freno o indugio.
Al termine dei tre mesi, decisi che la strategia migliore sarebbe stata quella dell’omicidio a distanza, avevamo ormai un rapporto troppo intimo e pubblico per correre il rischio con un incidente domestico, una casualità o il suicidio. Nonostante le mie tracce erano sparse per tutta la sua casa, e la nostra frequentazione sarebbe stata sufficiente a giustificarne la presenza nella scena del crimine. Non avrei potuto sostenere un interrogatorio dettagliato riguardo un possibile incidente, avrei dovuto trovarmi un alibi valido e mentire.
Optai quindi che il classico e ormai collaudato omicidio tra famiglie rivali della malavita sarebbe stato il metodo migliore da adottare. Avrei agito da vero sicario professionista, senza giochi sfiziosi o strani piani insoliti. Avrei colpito con un fucile di precisione dalla lunga distanza, appostandomi sul terrazzo di un palazzo che avevo notato prestarsi perfettamente per le mie intenzioni. Il grattacielo si trovava a qualche centinaio di metri dall’appartamento di Margot, direttamente davanti ma separato da una grande strada trafficata. Avrei colpito nel tardo pomeriggio quando il rientro a casa di tutti i lavoratori, con vari ed eventuali mezzi di trasporto, avrebbe coperto adeguatamente qualunque rumore e mi avrebbe permesso poi di fuggire con tutta tranquillità e discrezione tra la folla.
Le diedi appuntamento per quella sera, avremmo cenato al porto e dormito da lei, avrei così avuto la certezza che sarebbe tornata a casa per prepararsi, quello che non sapevo era che non sarebbe stata sola. Ecco la causa del mio errore: la presenza di un’altra persona nell’appartamento.
Sapevo che avrei combattuto con dei dubbi nel momento di premere il grilletto, che avrei tentennato e rimuginato ma sapevo anche che la certezza di aver poi perso ogni sentimento nei suoi confronti mi avrebbe permesso infine di sparare e godermi la sensazione di completa pace che accompagnava ogni omicidio.
Quando ho visto però quella seconda persona vagare per l’appartamento qualcosa nella mia mente è scattato, come durante una partita a scacchi ho cominciato a riflettere su futuri possibili, sulle combinazioni che la mia mossa successiva avrebbe comportato e come avrei o non avrei potuto vincere la partita.
La persona in questione non era qualcuno di influente per me, non si trattava di un tradimento che mi ha fatto perdere la testa o di una mia amicizia che avrei rischiato di traumatizzare per anni. No. La persona in questione era suo padre, l’uomo a capo di tutto la baracca. L’arcinemico giurato di chi mi aveva assunto. L’unica persona che divideva Margot dal trono del potere.
È così che, per non si sa quale assurda ragione: ho sbagliato.
Non riesco veramente a capire se l’ho fatto per amore o per errore però l’ho fatto e sinceramente, penso che sia arrivato il momento di parlare con Margot riguardo il mio lavoro.
La soluzione
«Pronto» Jamie rispose al telefono continuando ad osservare la scena dal suo obiettivo.
«Jamie ciao, mi dispiace darti così poco preavviso ma dobbiamo rimandare la cena», Margot passeggiava per la stanza buia, mantenendosi lontana dalla finestra ed il più possibile rasente al muro.
«No, non ti preoccupare, tutto ok?» domandò con ipocrisia Jamie reggendo il telefono con la spalla, con la mano il mirino telescopico mentre con l’altra mano continuava a sistemare ora con un po’ di difficoltà le parti del fucile dentro il borsone.
«Sì sì, è solo che mio padre è stato poco bene», rispose altrettanto falsamente Margot mentre alzava con un piede il braccio del cadavere del padre e lo lasciava cadere sul pavimento.
«Oh mi dispiace!» continuò Jamie cercando di soffocare un sorriso che la scena appena osservata aveva scatenato.
« Senti devo andare.»
«Certo non c’è problema, un bacio.»
«Ah Jamie un’ultima cosa.»
«Sì?»
La luce dell’appartamento si accese improvvisamente illuminando di tinte calde la scena «Non ti preoccupare ok?» affermò con affetto Margot osservando dalla finestra in direzione di Jamie «Ti chiamo più tardi» concluse mandando un bacio che colpì con precisione l’obbiettivo di Jamie come se sapesse con esattezza dove si trovasse.
Jamie sgranò gli occhi con sorpresa ma senza poter nascondere una gioia interiore dettata dal sollievo che quel gesto e quelle parole avevano trasmesso «Ti avevo sottovalutato!» esclamò istintivamente.
«Io no» concluse Margot ricambiando il sorriso che sapeva aver scatenato nelle labbra di Jamie e schioccando un occhiolino.
©Cristina Aresu


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