La scogliera scendeva a strapiombo sul mare agitato, violente onde impietose sbattevano trasversalmente sulla parete usurando il gesso e arricchendo l’arenile poco distante. Avevo sempre amato quella falesia bianca e imponente contornata dalle diverse sfumature di verde, acceso nei prati in cima e acqua del mare in basso.
Mi voltai a destra per osservare le ultime fasi del meraviglioso tramonto che si stava consumando, a sinistra per ammirare il paesaggio mozzafiato che mi aveva incantato. Poi mi volsi indietro per seguire a ritroso il sentiero stretto, giallo e ondulato, che spezzava in due la distesa del prato. Credevo avrei guardato dritta davanti a me per tutto il tempo dell’indecisione, nessuno dice che invece ci si può anche guardare indietro. Non sentii alcuna necessità di tornare indietro, mi voltai nuovamente verso il mare. Il sole, ormai calato, lasciava un leggero arancione rosato sul cielo verso ovest, il mare aveva perso la sua luminosità e con graduale digressione cromatica tendeva all’oscurità che si confondeva con l’orizzonte conferendo un’illusione di infinito, solo il bianco delle crespe inferocite sembrava acquistare brillantezza in quel cambiamento notturno mantenendo ancora tangibile e reale lo spettacolo.
Se amavo qualcosa più di quelle scogliere era probabilmente il tramonto ammirato dalla loro cima, e ora finalmente potevo considerarmi pronta, pronta per il lancio. Non temevo l’impatto, non temevo il freddo o la morte, ero lì per salutare quel luogo e per salutare la vita, ero felice ed ero risoluta: mi tuffai.
Il volo durò un attimo, un istante di velocità, di rassegnazione; chiusi gli occhi e sentii l’impatto della superficie dell’acqua sulle gambe, sentii il freddo intenso pervadere ogni centimetro della mia pelle. Le mie gambe cominciarono a muoversi istintivamente, non me lo aspettavo; risalii a galla, respirai, a fatica ma respirai. Non pensavo di arrivare fino a questo punto, cosa stava accadendo?
La falesia si alzava imponente davanti ai miei occhi, la prospettiva era esattamente l’opposto di quello che avevo ammirato pochi istanti prima, il Mondo era capovolto. Le alte scogliere, come un grattacielo immenso davano ora l’impressione di volermi crollare addosso, un’onda mi trascinò a fondo e mi risputò a galla: perché stava accadendo?
Cercai di resistere a me stessa, credevo il mare mi avrebbe accolto, invece perché mi salvava? Perché mi aveva risparmiato?
Il buio della scogliera nitida che mi sormontava lasciava gradualmente posto al cielo ancora arancione all’orizzonte lontano, le onde mi spingevano verso riva, cosa avevo sbagliato?
Sarei dovuta morire sul colpo, avrei dovuto annegare prima, il freddo non sarebbe dovuto essere un problema, tanto meno questa sensazione di spaesamento, questa volontà di sopravvivenza. Come era successo?
Una grido lontano attirò la mia attenzione, tra le tenebre che avanzavano sulla spiaggia una figura sembrava rivolgersi nella mia direzione, cercai di metterla a fuoco tra gli schizzi delle onde, provai a tirarmi su con le braccia. Sì, una persona sulla riva, vestita di tutto punto per affrontare una fredda passeggiata, si sbracciava e gridava verso di me. Un’onda mi colpì sul volto con rinnovata violenza. Fui trascinata in basso, non resistetti e, nonostante ciò mi ritrovai nuovamente sulla superficie, nella risacca. Cercai di mettere nuovamente a fuoco gli occhi arrossati dal sale, le braccia si muovevano per resistere al moto ondoso che mi portava verso il basso e verso l’alto come un ottovolante impazzito, rividi per un momento la figura in lontananza. Come un cavaliere dopo un duello sembrava staccarsi dal corpo esausto pezzi di una pesante armatura medievale. Prima si tolse l’elmo o quella che poteva essere una comune cuffietta di lana, tornai in basso, sparì, di nuovo in alto, un grosso cappotto di montone marrone cadde esanime sula spiaggia di cocci; un’altra onda, sparì, riapparve nell’atto di liberarsi di un grosso stivale dello stesso colore del cappotto. Il ritmo si spezzò, un’onda, questa volta dalla forza ridotta mi obbligò nuovamente a chiudere gli occhi e trattenere il respiro, il buio fu totale e il frastuono del mare fatale. Tornai a galla involontariamente, ormai non controllavo più niente, l’acqua bruciava sempre più intensamente nei miei polmoni, la figura era scomparsa. La montagna dei flutti copriva la visuale, aspettai come una barca alla deriva, tornai in cima e la vidi: un’ombra scura sbucò tra la schiuma morbida della battigia, correva con le braccia larghe verso di me, manteneva il baricentro basso, combatteva ormai senza armatura contro i cavalloni che arrivavano smorzati contro il suo corpo, si tuffò con veemenza approfittando di una tregua. Il pensiero mi balenò per la prima volta nella mente confusa: voleva salvarmi!
Si gettava ad affrontare il mare, che mi aveva appena protetto, che si stava tenacemente rifiutando di farmi annegare, di ascoltare il mio desiderio e prendermi con sé.
Ero stremata, delusa, confusa, lottavo contro la mia volontà, ingannata da un istinto di sopravvivenza che non controllavo, da un mare che gestiva a mia insaputa la mia vita, che stabiliva autonomamente del mio destino. Mi lasciai andare al suo volere sperando che quella figura fosse solo un sogno. Stava lottando per salvare un relitto che non aveva bisogno di essere salvato. Stava mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Non me lo sarei mai perdonato ma ormai niente aveva più senso, niente seguiva le logiche classiche. Tutto era ormai completamente aleatorio. Mi rassegnai al mare. L’ennesima onda mi colpì gli occhi, li chiusi, di nuovo il buio, il freddo ora quasi impercettibile, la frustata dell’acqua stordì la mente, mi lasciai andare al cullare morbido del mare.
Il forte rumore delle piccole pietruzze sul bagnasciuga risvegliarono per un attimo la mia coscienza, non dondolavo, la terra ferma aveva preso il posto della morbida acqua. Aprii gli occhi con fatica, la spiaggia, che avevo osservato dall’alto prima, e dal basso dopo, si distendeva ora ai miei lati, il mare tuonava con una rabbia violenta davanti. Gridava, rombava, sbatteva con violenza le onde sulla spiaggia, sulle falesie che mi circondavano. Chi mi aveva separato da lui?
Mi voltai, accanto a me il colpevole cavaliere disarmato mi scuoteva con violenza, come facevano prima le onde ma questa volta non sentivo niente, solo il suono ovattato del mare continuava nelle mie orecchie. Il viso del cavaliere grondava acqua gelida sulla mia pelle fradicia, non sentivo niente, solo il mare e il suo richiamo.
«Cosa vuoi da me?» gridai sollevandomi seduta «mi hai rifiutato prima, cosa vuoi da me adesso?» chiesi piangendo verso le onde che sembrarono zittirsi alla mia disperazione.
Un canto in lontananza sostituì il clamore delle onde, un richiamo rispose alle mie domande. Vedevo la silhouette delle sirene tirarsi su dalla superficie, un coro dolce, lusinghiero e affascinante cominciò a chiamarmi. Mi sentii leggera, come per magia avevo recuperato le mie forze. Mi alzai mentre la persona accanto a me continuava a urlare e scuotere qualcosa che non ero più io. Continuai a camminare incantata da quelle voci gentili che ora mi accettavano, mi volevano tra loro. Le onde apparivano ora come una schiuma di nuvole che si aprivano ai miei piedi come un cancello incantato.
Riacquistai la sicurezza che mi aveva garantito il coraggio del lancio: potevo andarmene, il mare mi accettava. Arrivai alla linea morbida dell’onda che si ritirava; sprofondai nella poca sabbia che si intravedeva tra le piccole pietre gialle tondeggianti che, come un esercito in ripiegamento, tintinnavano in uno scroscio di applausi. Il mare tuonò felice, le sirene cantavano il coro di benvenuto, l’onda arrivò ai miei piedi: non sentivo niente.
Abbassai lo sguardo come risvegliata da quell’assenza di freddo, da quella leggerezza, come per capire cosa stesse accadendo. L’acqua mi copriva i piedi ma non era più tangibile, il freddo era assente, sentii un vuoto nuovo, inspiegabile strano, inaspettato, era quello che volevo, lo era veramente? Mi abbassai per toccare la schiuma morbida che scoppiettava di aria immagazzinata dal furore precedente, la sfiorai per assicurare che tutto fosse finito quando una forza violenta, come un colpo selvaggio, mi spinse per terra. Sentii ora la pressione provenire dall’interno, il mio torace voleva esplodere, un vomito ghiacciato si librò dai miei polmoni, il suono di una boccata d’aria intensa risuonò nelle mie orecchie. Alzai le braccia al cielo come per aggrapparmi a quella sensazione, sentivo; il contatto con la pelle nuda di chi mi stava davanti, sentivo; misi a fuoco un viso dolce mi guardava sollevato, dai suoi occhi scendevano gocce del mare mischiate alla gioia: sentivo.
Il mare lanciò un eterno boato di dolore, le sirene avevano smesso di cantare.
©Cristina Aresu
Illustrazione di @labambinapesce


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