Il treno delle 7:54

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Ci sono due categorie di persone quando si tratta di rispondere alla domanda «che ore sono»: quelle che guardano l’orologio e rispondono con l’ora precisa e quelle che strizzando gli occhi, osservando il sole, analizzando gli eventi della loro giornata e il loro personale umore affermano con dubbio: «saranno circa le…»

Giacomo non faceva parte di nessuna delle due categorie o meglio, era un insieme delle due. Lui sapeva sempre l’ora precisa. Con o senza orologio.

Il suo amore per il concetto del tempo e quindi di conseguenza per gli orologi in generale, si svilupparono, come i migliori amori, lentamente nell’arco della sua vita. Gli orologi e le emozioni legate a essi andarono gradualmente a formare e sedimentare i suoi ricordi.

L’orologio beige e marrone appeso sopra il citofono a casa di sua nonna; quadrato, con gli angoli smussati; piatto, con le lancette delle ore e dei minuti marroni e quella dei secondi rossa, quasi a denotare con la sua velocità e il suo colore passione e dinamismo. I numeri scuri si stagliavano perfettamente sullo sfondo chiaro simile alla vecchia pergamena recante la mappa di un tesoro.

Un orologio,questo, che Giacomo era solito guardare quasi con timore, con la paura che il tempo passasse troppo velocemente. Dentro quell’appartamento infatti ci sarebbe rimasto giornate intere, a giocare spensierato con i suoi nonni, ad ascoltare i loro racconti e imparare nuove desuete tecniche per passare il tempo.

Opposto all’armonico orologio della casa dei nonni, poteva collocare quello verde di quegli insopportabili zii di città, noiosi e apatici come il loro orologio, come le ore trascorse in quella prigione. Verde acido evidentemente poco adatto all’oggetto, con le lancette e i numeri dello stesso identico colore. Forse un tempo più intenso,  più accogliente, meno chiaro, meno irritante ma oramai condannato a quell’ignobile destino. Giacomo non sopportava nemmeno un minuto in quella casa, si annoiava, guardava continuamente l’orologio aspettando che il tempo passasse, ma la lancetta dei secondi non solo non era rossa e scattante ma in quel quadrante non era nemmeno presente. Condannando anche lo sguardo istantaneo alla lentezza e all’apatia.

L’orologio della sua casa di infanzia era invece una meraviglioso orologio tondo, dalla cornice rossa, lo sfondo bianco a quadri come una delicata e alterativa tovaglia da pic-nic, i numeri perfettamente squadrati, rossi e senza alcuna personalità straripante; le lancette, del medesimo colore, erano tenute insieme da un piccolo bollino anch’esso rosso, centrale, base della lancetta dei secondi. Tutte e tre le lancette erano rettangoli rossi, differenziati tra di loro solo da spessore, lunghezza e velocità di movimento.

L’armonia della composizione rappresentava perfettamente l’ambiente che si respirava in quella casa: ordine, organizzazione, tranquillità, efficienza. Quanti ricordi erano legati a lui, il ritorno da scuola, l’arrivo a casa dei genitori finito il lavoro, l’inizio dei cartoni animati, del pranzo, di una visita. La mamma che, alla piagnucolante domanda: «quando è pronta la cena?» rispondeva prontamente: «quando la lancetta lunga sta nel 5» e quei lunghissimi minuti passati nell’attesa che la lunga lancetta dei minuti, spezzasse in due quel perfetto 5 rosso.

     C’erano ovviamente anche gli orologi da polso, ricordava perfettamente la gioia che provò quando, da bambino, gli insegnarono a fare il quadrante sul polso. Mordendo per lungo tempo, un bellissimo cerchio della dentatura si formava sul braccio, privo di lancette e di cinghia gli faceva sempre immaginare di possedere oggi il più bizzarro e domani il più perfetto degli orologi.

Ricordava con lucida chiarezza anche gli orologi da polso che gli erano stati regalati nel corso della sua vita, il primo, quello con cui aveva imparato a leggere l’ora, di tanti colori e con i numeri più grandi del dovuto. Quello con una miriade di funzioni, con il cronometro, i tre quadranti centrali e le lancette dei minuti e delle ore fosforescenti. L’orologio sportivo, aderente, ergonomico, elettronico e quello classico in metallo che stava bene su tutto.

C’era una cosa che però Giacomo non aveva mai sopportato: gli orologi scomposti. Quelli composti da un lungo rettangolo come base per esempio, con le lancette piccole e sproporzionati. Oppure quelli triangolari con le lancette che sbordano dai lati, quelli dai colori troppo sgargianti o con troppi colori, con colori male assortiti, con le lancette di forme incongruenti, sconvenienti, discordanti. Odiava ancor di più entrare in una casa dove l’orologio non fosse in armonia con l’ambiente, era il primo oggetto che cercava a colpo d’occhio non appena varcato un uscio e se non fosse stato di suo gradimento, tutta l’esperienza successiva sarebbe stata negativa e viceversa.

La medesima situazione poteva riscontrarsi quando entrava in grandi palazzi dove gli orologi sono solitamente collocati nella parete centrale nella Hall. In questo caso il dubbio gusto di un architetto illuminato poteva rovinare tutta l’esperienza.

Fortunatamente però c’erano anche dei luoghi dove gli orologi non tradivano mai le sue aspettative: le stazioni e gli aeroporti. I loro orologi erano sempre armonici, standardizzati, mai un tentativo di originalità, di rappresentare qualcosa che non fosse il perfetto quadrante di un impeccabile orologio. Sempre adeguatamente posizionati e colorati gli regalavano ogni volta la tranquillità e la pace. L’ansia che molti viaggiatori sperimentano tra preparativi e saluti Giacomo la ignorava, per lui ogni viaggio rappresentava la visione di quei perfetti orologi.  

Ogni spostamento, anche quello quotidiano, era vissuto per questo con grande gioia. Fortunatamente per tutta la sua vita Giacomo fu costretto per ragioni logistiche a essere pendolare. Prima per la scuola, l’Università e infine per lavoro. In ogni città in cui aveva vissuto ebbe la fortuna di dover prendere un treno, un autobus o la metro per raggiungere la sua destinazione.

Quale gioia era stata per lui scoprire gli orari precisi dei treni, giocare d’azzardo con i loro ritardi o sospirare piacevolmente per la loro puntualità. Le tabelle, i tabelloni, i grandi orologi tondi o  rettangolari nei binari. Quanta armonia e quanta organizzazione.

Con il tempo aveva imparato a tenere sotto controllo tutto. Non appena iniziava una nuova esperienza impiegava i primi mesi a raccogliere dati. Cronometrava quotidianamente il suo percorso casa lavoro e viceversa. Segnava l’orario di partenza, che poteva variare di minuti come di secondi. Ogni fermata della metro, del bus o del treno che decideva di prendere in quel periodo di studio. Segnava i semafori, l’orario in cui ci passava accanto e di che colore erano in quel momento quel preciso giorno.  Osservava con attenzione le persone, gli abitudinari che ogni giorno prendeva il mezzo e quelli saltuari che non avrebbe mai più rivisto. Imparava a riconoscere i visi, le fermate, i vagoni su cui salivano.

Questo attento studio delle tempistiche lo portava di conseguenza a non essere mai in ritardo. A distanza di qualche settimana conosceva a menadito i mezzi di trasporto a cui aveva facile accesso da casa sua, i tempi di percorrenza e le coincidenze per i luoghi più visitati della città. Era così in grado di calcolare perfettamente quando sarebbe dovuto uscire di casa, considerando anche un tempo margine per qualunque imprevisto. Per questa ragione arrivava praticamente sempre in anticipo di circa 20 minuti a ogni appuntamento. Per lui quella era la norma e mai nella sua vita accadde che perse un treno, un aereo o un qualunque mezzo di trasporto pubblico per una questione di orari o di imprevisti. Quando capitava che si rendesse conto che un ritardo accumulato per un imprevisto l’avrebbe portato a perdere il mezzo, rinunciava a priori al viaggio e tornava indietro senza badare minimamente al problema. La colpa non era stata sua, e correre nella speranza di arrivare “all’ultimo minuto” non gli sfiorava neppur lontanamente la mente. Sapeva di non essere una veloce lancetta dei secondi, non poteva battere il tempo.

Questa organizzazione minuziosa rendeva a vita di Giacomo, per qualcuno forse noiosa e passiva. La verità è che lui esisteva in una calma e rilassatezza stupefacenti. La sua vita era tranquilla e pacata come il rumore impeccabile delle lancette di un orologio. Tic Tac, tic tac, nessun imprevisto, nessuna sorpresa, tutto era scontato e ovvio. Questo non disturbava minimamente Giacomo, non gli importava. I ritardi delle persone non erano affar suo, lui aspettava. Gli imprevisti che accadevano attorno a lui non lo coinvolgevano quasi mai, e le rare volte che accadeva si limitava a inclinare lievemente la testa, fare spallucce e sospirare.

L’invitabile, in fondo, era parte integrante dello scorrere inesorabile del tempo. Non si poteva gestire, ci si poteva solo adeguare e organizzarsi.

Questo credeva, e di questo era fermamente convinto Giacomo fino al momento in cui nella sua vita entro William. William era un ragazzo baffuto, spensierato e distinto. Slanciato, forse magro, sicuramente sempre vestito di una taglia in più rispetto a quella che gli starebbe stata perfettamente. Era solito portare dei completi in lana, ne aveva uno per ogni sfumatura di colore compresa tra il marrone scuro e il beige scuro. Indossava con essi una camicia generalmente bianca e una cravatta che, in base alla sfumatura dell’abito, variava dal rosso al bordeaux. I calzini erano rigorosamente in seta abbinati alla cravatta e calzava sempre delle scarpe Oxford del colore dell’abito. A completare la perfezione del suo abbigliamento non poteva mancare un orologio da taschino, che si scordava abitualmente di regolare.

Al contrario del suo perfetto stile William non era mai stato in grado di calcolare adeguatamente il suo corpo, troppo alto e bislungo a picchiare lievemente il capo su quasi tutte le porte che si trovavano sul suo camino, colto continuamente di sorpresa e intrattenuto assiduamente dal cercare di organizzare gli spazi intorno a se per evitare di farsi male, spesso a sbattere sbadatamente ma lievemente sulle persone che lo incontravano o circondavano .

Era forse per questa ragione che William, distratto dallo spazio, ben poca attenzione poteva riservare allo scorrere del tempo.

La prima volta che Giacomo lo vide fu un lunedì mattina mentre si recava a lavoro. Si trovava nel vagone che aveva deciso, dopo attenti studi e calcoli, essere la migliore via di mezzo per risparmiare il tempo di percorrenza a piedi dall’entrata della stazione vicino a casa sua e dall’uscita della stazione per il lavoro. Era seduto su uno dei posti vicini all’entrata del treno, osservava con minuzia chi saliva e chi scendeva, teneva sotto controllo i posti a sedere qualora ci fosse stato bisogno di cedere il suo, e studiava con attenzione i visi noti e quelli nuovi che con tutta probabilità non sarebbero diventati abituali.

William saltò sul treno esattamente una fermata dopo di quella di Giacomo e pochi istanti prima che le porte si chiudessero. Fu quasi un miracolo che la parte posteriore della sua giacca non rimase incastrata tra di esse. Fece un balzo felino, insolito per la sua stazza, si guardò intorno con fare intimorito e poi, dopo un sospiro di sollievo sorrise a se stesso e si sistemò la cravatta. Osservò la situazione degli spazi del vagone, decise che sarebbe stato improbabile trovare un posto a sedere e decise così di accostare la sua spalla sull’angolo del vagone e bilanciarsi come meglio poteva. Tirò fuori dalla sua tasca il suo orologio, fissò per qualche istante il vuoto davanti a sé muovendo leggermente le labbra come se stesse facendo della matematica mentale, cambiò la posizione delle lancette  e caricò lo strumento.

Giacomo fu felicemente sorpreso e stupito da quel personaggio, lo osservò con estrema attenzione e si compiacque nel vederlo trionfante per un soffio ma fu ancora più sorpreso dal suo orologio. Pensò che forse, essendosi fermato, aveva causato il suo ritardo. Ma come per ogni inevitabile evento che accadeva intorno a lui non poté far altro che stringersi nelle spalle. Il nuovo arrivato scese alla fermata precedente alla sua. E Giacomo salutò nella sua mente quel fortuito incontro con un sorriso e sperò quasi involontariamente di rivedere quel volto.

La giornata trascorse come da copione, lavoro, pranzo, lavoro, rientro. Fu durante il tragitto di ritorno che Giacomo vide ripetersi l’insolita scena della mattina: William entrare per un soffio nel vagone e tirare un respiro di sollievo. Giacomo si stupì per la seconda volta in quella giornata e fu in quel momento che capì che, con tutta probabilità avrebbe rivisto quell’individuo anche la giornata seguente.

Fu così che, la mattina successiva William comparì nuovamente e improvvisamente sul treno delle 7:54; le dinamiche erano pressappoco le stesse, il ritardo questa volta era leggermente superiore e il ragazzo dovette fermare le porte con le mani e forzare leggermente affinché si riaprissero, in modo da poter sfilare all’interno della carrozza. Come il giorno precedente si guardò intorno, sorrise, e questa volta trovò posto a sedere. Si sistemò la cravatta e guardandosi intorno con aria dubbiosa cominciò a caricare il suo orologio da taschino.

Passò così una settimana, mercoledì William riuscì a salire, quasi scivolando, due porte avanti a quelle dove si trovava Giacomo, giovedì lo vide passare davanti a sé trafelato e scomposto, come se avesse corso e per riuscire a salire sull’ultimo vagone, venerdì nonostante il treno fosse di esattamente 3 minuti e 43 in ritardo William riuscì comunque ad arrivare a un soffio dalla partenza. Più passavano i giorni più la curiosità di Giacomo si faceva intensa e le supposizioni nella sua mente non potevano fare altro che ammucchiarsi.

Trascorse il fine settimana come sua abitudine, tra amici, famiglia e qualche passeggiata. Tra le abituali attività però si trovò spesso a pensare a quel distinto ragazzo e a quale strano modo di arrivare all’ultimo memento al treno sarebbe riuscito a inventarsi quel lunedì mattina.

Giacomo, dopo un attento calcolo di tempistiche decise così di prendere il treno precedente al suo abituale, scendere alla fermata successiva alla sua e aspettare William per capire se sarebbe arrivato alla stazione per tempo, in anticipo o giusto un attimo prima della partenza del treno.

Arrivò il lunedì, Giacomo non trovò posto a sedere, nel suo solito vagone e si incammino così lentamente al vagone successivo, nella speranza di trovare qualche sistemazione. Quando arrivò alla stazione successiva però era ancora in piedi, e quasi d’ostacolo davanti a una porta, controllò con accuratezza che nessuno dovesse scendere o salire da quella porta e vedendo che non c’era movimento stette tranquillamente lì fermo. Fu una frazione di secondo dopo che sentì il fischio del capostazione che qualcuno lo urtò improvvisamente e con tale forza da farlo spostare di qualche centimetro.

Con sorpresa e confusione si voltò scuotendo la testa, vide davanti a sé William che con respiro affannoso guardò stupito l’uomo che aveva urtato e con fare educato esclamò: «mi scusi, mi scusi, ma… ma che ore sono?»

Tutto si sarebbe aspettato Giacomo, ma non quella domanda. L’evento, quel viso, la situazione lo colsero così di sorpresa che non lo sapeva, guardò quasi confuso il suo orologio, la batteria era scarica, le lancette immobili alle 7:54, l’ora in cui il treno era partito, alzò lentamente lo sguardo verso il giovane, un sorriso raggiante si disegnò sul suo viso, inclinò la testa, si strinse sulle spalle: «non lo so!»

A casa di William l’orologio era sistemato sopra il tavolo della cucina. Era arancione, accecante tra le mattonelle verde latte e menta; era impolverato e fermo, con un post-it attaccato al centro recante la scritta “il tempo è relativo”. Ma questo Giacomo ancora non lo sapeva.

©Cristina Aresu

3 risposte a “Il treno delle 7:54”

  1. Avatar
    Anonimo

    Brava Cristina,un grandissimo abbraccio. 🥰

  2. Avatar Barbara e Enrico
    Barbara e Enrico

    Brava Cristina , continua così , siamo certi che le tue fatiche saranno premiate.
    Un forte abbraccio

  3. Avatar
    Anonimo

    Complimenti Cristina, lettura scorrevole e accattivante, brava.

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