«Perché ti ostini a non capire?!» gridò Jo sbattendo la porta del piccolo appartamento creando uno spostamento d’aria nella stanza.
Emma sentì il freddo del corridoio piombarle addosso rimanendo congelata in quella posizione per un tempo abbastanza lungo da intorpidirle la mente. Emma era bionda, con un taglio di capelli anni Settanta; le labbra carnose perennemente sottolineate da un rossetto rosso cardinale e gli occhi cerulei incorniciati da un effetto fumo magistralmente eseguito. Somigliava alla cantante punk di una band tutta al femminile di quegli stessi anni.
Indossava una maglia bianca sbrindellata con il logo di una marca di gelati che ormai aveva cambiato nome da decenni e il pantalone senza marca di una tuta da ginnastica evidentemente troppo grande per lei ma indubbiamente comodo. Pensò per un attimo di seguire Jo fuori dalla porta, affacciarsi alla finestra per urlare il suo nome, scendere le scale anti incendio, magari sotto una pioggia scrosciante e afferrare la sua mano, scusarsi, fare qualcosa. Ma queste sono scene che succedono solo nei film e in tutta onestà Emma non era nemmeno troppo convinta di essere lei nel torto.
«Hai sbagliato!» una voce sommessa e dallo strano accento francese giunse alle orecchie di Emma dalla alta parete in mattoni del salone come per rispondere al suo flusso di pensieri.
La ragazza si voltò incuriosita e osservò con attenzione la direzione dalla quale era giunta la voce. Notando una piccola crepa scura tra l’arancione scolorito e il rosso intenso classico dei mattoni in cotto vecchi e usurati decise di avvicinarsi. Il movimento repentino di un’ombra sembrò animare la fenditura, non più spessa di 2 centimetri e lunga 10, che appariva nella malta tra un mattone e l’altro «Chi ha parlato?» domandò Emma sempre più prossima alla crepa.
«Io!» un rumore leggero, come il lieve fruscio che la caduta di piccole pietruzze può produrre sul pavimento accompagnò la risposta. Qualcosa di lungo e chiaro, a prima vista viscido e freddo, stava uscendo dalla spaccatura con pigrizia e apparente circospezione.
Emma rimase immobile a osservare: un piccolo tentacolo sbucava da quella crepa come per tastare il territorio e valutare l’eventuale uscita. I tentacoli divennero due, tre, e con la fuoriuscita del quarto una piccola testa lo accompagnò rapidamente. Due occhi gialli dalle pupille sospettosamente dilatate risaltavano tra il rosa morbido apparentemente fatto della stessa consistenza dei mattoni con macchie nebulose più scure su una base chiara dello stesso colore. Emma continuava a osservare la scena, avviandosi lentamente e con cautela come a non voler fare alcun rumore brusco che potesse spaventare il piccolo polpo che usciva a sgranchirsi un po’ i tentacoli fuori da quel piccolo buco nella parete.
Ma quando si fu avvicinata a sufficienza da poterlo osservare accuratamente il polpo sembrò non temere minimamente la sua presenza, anzi. Si spostò con eleganza verso il limite superiore della spalliera del divano posizionato esattamente sotto la crepa. Assunse una posa comoda ed elegante e, dopo essersi schiarito la voce con disinvoltura e con l’unica utilità di darsi un tono elaborò l’affermazione precedente «Non hai ragione tu, dovresti chiedere scusa.»
«Ma io … io non posso dare a Jo quello che vorrebbe» rispose Emma cercando di giustificare la sua scelta ma evidentemente titubante e colta in errore. Abbassò poi lo sguardo osservandosi l’orlo inferiore della maglietta infilando il dito indice in uno dei buchi. Guardò poi nuovamente il polpo dal basso verso l’alto e notò che stava lentamente cambiando colore assumendo il bordeaux compatto e intenso del cuoio sdrucito del divano «ma stai cambiando colore!» esclamò con sorpresa.
«Sono un polpo, facciamo questo.»
«Non lancerai mica anche l’inchiostro?» domandò perplessa Emma osservandolo sempre più incuriosita.
«Ti sorprende il fatto che io faccia cose da polpo ma non che parli o che viva qui senza acqua?»
«Questa è un’ottima osservazione in effetti, hai anche un nome?»
«Mi chiamo Gustave.»
«Piacere Gustave, io sono Emma.»
«Sì, avevo colto il tuo nome.»
Emma osservò la crepa nella parete e poi diresse nuovamente lo sguardo verso il suo nuovo ospite «E cosa ci fai lì dentro Gustave?»
«Sono rimasto prigioniero.»
«È molto che sei qui?»
«Da quando sei arrivata tu» rispose Gustave osservandosi con curiosità la punta di un tentacolo e assumendo un’espressione simile all’alzata di un sopracciglio.
«E mi osservi da tutto questo tempo?»
«Non ti preoccupa il fatto che io sia imprigionato in una fenditura sul tuo muro, ti preoccupa di più che io ti osservi? Vorrei farti notare la tua pregevole mancanza di empatia nei miei confronti.»
«È solo che …» provò a controbattere Emma alle accuse senza troppo successo «…hai ragione scusa» concluse mestamente.
«Hai finito con le domande banali?»
«Perché hai deciso di uscire proprio oggi?»
Gustave alzò gli occhi al cielo «Perché dovevo necessariamente intervenire dopo quello a cui ho assistito.»
«Addirittura?»
«Sì!» rispose Gustave senza quasi lasciar terminare la parola a Emma «e ora mi devi ascoltare!» concluse indicando con uno dei suoi tentacoli il posto a sedere sul divano.
Emma accettò l’invito a sedersi e lo guardò con aria impaziente «Dunque?»
«Voi umani mi distraete e confondete, con le vostre strane – e per me a dir poco illogiche – regole sociali.»
«Se non capisci come puoi consigliarmi?»
«Ma semplicemente perché mi rendo conto di quanto stai perdendo della tua vita cercando di seguire queste regole», Gustave si lanciò in un lungo sermone spiegando il suo punto di vista sulla situazione. Non pretese nemmeno per un attimo di avere ragione o di conoscere il senso della vita, nonostante il suo tono superbo cercò di far riflettere Emma facendole osservare, dal suo punto di vista, la situazione generale.
Passarono tutta la sera chiacchierando e confrontandosi, ordinarono qualcosa da mangiare e scherzarono; ascoltarono musica e parlarono di quei mesi passati senza conoscersi. Emma aveva tante domande, Gustave tante risposte. Emma crollò addormentata coperta solo da una leggera ma calda coperta di lana che giaceva abitualmente sul divano, Gustave si rintanò così nella sua crepa per riposare anche lui dopo la lunga serata.
L’incubo
La tempesta dondolava l’imbarcazione con ritmica forza, Emma cercava di mantenere l’equilibrio nel ponte di prua. Il pavimento era scivoloso e le onde continuavano a scagliarsi contro di lei. Si reggeva con tutte le sue forze alla balaustra quando, cercando di afferrare la cima che l’avrebbe avvicinata alla porta degli alloggi, un’improvvisa onda fuori ritmo la scaraventò in mare.
Il contatto con l’acqua gelida fu brutale e violento nonostante fosse ormai fradicia e zuppa da ore. Cercò di gridare ma l’acqua le riempì i polmoni. Tossì via il sale e, reggendosi a stento a galla, respirò quel poco d’aria che poté. Le luci della nave si allontanavano tra le onde, le vedeva salire verso il cielo e riscendere precipitosamente fino a sbattere contro la superficie. La logica delle dimensioni e delle misure era ormai venuta completamente a mancare; le onde, alte come montagne, trasfiguravano il paesaggio intorno a lei, non poteva fare altro che lasciarsi trasportare e cercare di mantenersi viva.
Non passò troppo tempo quando sentì il piede sbattere su qualcosa di viscido ma spigoloso, si era avvicinata alla barriera, cercò di osservarsi intorno, il nero degli scogli si poteva intravedere in lontananza, doveva cercare di aggrapparsi a uno di essi prima che l’impeto delle onde la scaraventasse pericolosamente sopra.
Non aveva altra scelta. Provò a immergersi per cercare di capire, tra le ombre, dove avrebbe potuto nuotare, portò avanti le mani per afferrare i primi scogli quando si accorse che erano ricoperti di viscide alghe che ne rendevano quasi impossibile aggrapparvisi. Il freddo cominciava a farsi insopportabile, un’altra ondata l’aveva sbattuta su uno scoglio, forse era il momento adatto per stringersi a uno sperone e provare a resistere alla risacca. Ma la mano scivolò nuovamente e l’acqua la risucchiò in un vortice.
Mentre il bruciore del sale si insinuava inevitabilmente nei suoi polmoni Emma sentì che ormai non c’era più niente da fare. Fu in quel momento che, con un ultimo affannoso respiro riuscì a svegliarsi. Per un breve istante si guardò intorno spaesata e confusa. Riconobbe poi, tra la penombra creata dalla luce bianca della luna, non più il nero negli scogli stagliarsi nel cielo blu della notte bensì il profilo dei mobili del suo salone, si voltò verso la schiuma delle onde e riconobbe la coperta e i cuscini che la circondavano nel suo divano. Posò la mano sulla sua gola e sentì che poteva respirare, nessun sapore di gelida acqua, di sale, di mare. Passò poi entrambi i pollici sui polpastrelli puliti delle dita, sfregò su ognuno di essi, non erano scivolosi, non erano bagnati, non erano freddi. Alzò lo sguardo verso la crepa nella parete, due tentacoli di Gustave stavano sbucando dalle tenebre aggrappandosi al mattone sottostante la fenditura per affacciare i grandi occhi tondi.
«È così che ti senti?» domandò Emma ancora con la respirazione affaticata
Il piccolo polpo si limitò a socchiudere gli occhi in cenno affermativo.
«Ti farò uscire non ti preoccupare, mi scuserò con Jo» concluse Emma avvicinando la mano al tentacolo di Gustave, freddo e viscido come gli scogli dai quali era appena sfuggita.
Gustave ricambiò la stretta circondando la mano di Emma e afferrandola saldamente con le sue ventose «È l’unica cosa che chiedo.»
©Cristina Aresu
Illustrazione di J_illustrazioni


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