Presente
«E l’hai mai vista una janas?» domandò Emilio con l’espressione entusiasta del bambino quale ancora era.
«Sì», Silvio alzò leggermente il berretto marrone sgualcito, afferrandolo con l’indice e il pollice, scoprendo una chioma eccezionalmente folta per la sua età. Si grattò la nuca con fare pensieroso, guardò avanti strizzando gli occhi per osservare il più lontano possibile, indossò nuovamente il cappello e riprese a camminare «e mi ha anche parlato.»
Le pietre rotolate via dal nuraghe costruito sulla sommità della collina cominciavano a farsi sempre più numerose all’avvicendarsi alla cima. Il boschetto di lecci si infittiva all’avanzare crescendo tra quei massi che somigliavano a una frana bloccata nella sua caduta nel tempo e nello spazio.
Il piccolo Emilio ripeteva, a modo suo, ogni mossa dell’anziano senza forse nemmeno capirne l’utilità: si fermò grattandosi la nuca, guardò avanti, rispettò il silenzio di Silvio, ricominciò a camminare e quindi riprese con le sue domande «E cosa ti ha detto?» incalzò impaziente.
«Perché mi stai seguendo?» domandò Silvio osservando dall’alto quel bambino curioso che aveva cominciato a seguirlo quella mattina dopo averlo visto prendere la strada per il nuraghe.
«Le stavi seguendo?» chiese confuso Emilio.
«No! No loro! Tu! Perché mi stai seguendo?» disse Silvio quasi innervosito dall’ingenuità e confusione del bambino.
«Perché ti ho visto! Tutti mi parlavano di te ma cominciavo a pensare non esistessi.»
«Sono così famoso?» domandò Silvio alzando gli occhi al cielo rassegnato da quella fama che ormai lo seguiva da anni.
«Mh mh sì» annuì velocemente e soddisfatto Emilio «però dicono tutti che sei matto» continuò rabbuiandosi lievemente «a me però sembri un uomo normale» continuò rapidamente come per giustificarsi «certo un po’ insolito» si fermò a riflettere intensamente fissando in alto «in realtà non ho mai visto un matto. Pensavo foste diversi» concluse soddisfatto.
«Siamo come tutti gli altri di solito, per questo siamo così pericolosi», cercò di spaventarlo Silvio senza successo.
«Ho capito», disse Emilio balzando da una pietra all’altra come se non toccare il suolo ne andasse della sua vita «Cosa ti hanno detto dunque?»
«Non pensi sia pericoloso seguire un matto e fargli così tante domande?» continuò Silvio sbuffando più per l’irritazione di quella piccola creatura saltante che non per la fatica della salita.
«Non lo so, non mi hanno mai detto niente a tal riguardo» rispose prontamente Emilio fermandosi a riflettere su una pietra e riprendendo dopo pochi istanti a saltellare fino a raggiungere nuovamente Silvio che nel frattempo aveva percorso qualche passo.
«E non pensi sia da matti vedere e parlare con le janas?» continuò il vecchio.
«Non lo so, dipende da cosa ti hanno detto», sentenziò saggiamente
Silvio guardò Emilio confuso e rassegnato dalla logica irrazionale e impreparata classica di un bambino troppo entusiasta della vita e ancora troppo ingenuo per conoscerne gli strani meccanismi e ramificazioni che con l’età subentrano in lei.
«Mi hanno fatto capire che dovevo smettere di fare quello che stavo facendo».
«E cosa stavi facendo?»
«Stavo danneggiando l’equilibrio.»
«L’equilibrio è importante», affermò saggiamente Emilio confermando la logicità di quella risposta piuttosto che stupendosi della sua vaghezza. Sapeva bene cosa significasse quella parola equilibrio. L’aveva sentita in tante occasioni, quando giocava a camminare sui muretti o si arrampicava sulle piante, saltando da un ramo all’altro come un abile scoiattolo.
La risposta di Silvio alla sua domanda non faceva una piega. Non sembrava così matto in fondo, seppur lui, ripeté a se stesso, non sapeva di preciso che sembianza avesse un matto, ne tanto meno che forma avesse la follia. Pensava fosse solo un’irregolarità nei comportamenti usuali. E da quel punto di vista il vecchio Silvio poteva benissimo essere un matto, era arrivato da poco tempo in paese, si diceva che vivesse accampato sulla montagna. Dicevano che vagabondava da decenni per l’isola, tra un nuraghe e l’altro, tra pozzi sacri e domus de janas, alla ricerca di un fantomatico tesoro misterioso. Una persona che preferisce vivere in quel modo rinunciando alla stabilità e al dolce tepore di una casa non deve essere proprio normale pensò Emilio mentre continuava a osservare Silvio che era quasi arrivato sulla cima.
Le pietre presenti nel terreno si fecero, avanzando, sempre più abbondanti raggruppandosi in cumuli fino a quando, davanti a loro, i resti principali del nuraghe si stagliarono come le rovine antiche di un fasto dimenticato. La parete principale, a cui appartenevano la maggior parte dei massi che avevano incontrato nel loro cammino, presentava una grande ferita, come la breccia aperta nelle ultime linee difensive di una muraglia cittadina. Il nemico di questa fortezza non era però un esercito nemico bensì un grosso ginepro le cui radici ammantavano come la mano di un colosso che sorge dalle viscere della terra. La chioma del grande albero si estendeva affusolata e sottile sopra la struttura, come un grande ombrello dai ferri contorti e profumati, posto lì per proteggere quel suo straordinario bottino dalle intemperie del tempo.
I grandi blocchi di granito che formavano quella che poteva considerarsi ora essere la base della torre principale, erano ricoperti da paffuto muschio verde acceso e di tondeggianti licheni di colori pastello che andavano dal giallo al grigio passando per il rosa e l’azzurro, donando a quelle pietre squadrate un’infinità di sfumature e forme talmente varie e illogiche da regalare a ogni osservatore la possibilità di creare delle proprie immagini che, come murales, si dipingevano sulla parete. Alcune linee di muschi e sfumature di licheni si protraevano da una pietra all’altra, seguendo logiche di umidità e luce, di ombre e movimenti di insetti e vermi che popolavano quel micro universo selvatico.
Dietro la grande pianta di ginepro, come due alfieri fidati, due piante di olivastro si ergevano ai lati di essa, le loro radici rugose e scure, inserendosi al centro del cono, sbucavano prepotenti tra le fessure seguendo, dentro quel cumulo di macerie, percorsi sconosciuti e impossibili da immaginare fino a fare capolino a mezz’aria oltre le pareti come ciuffi di capelli scomposti, donando alla parete liscia un’anatomia quasi umana.
Davanti a quello spettacolo abituale ma mai monotono Silvio guardò intorno a sé, la vallata si estendeva davanti ai suoi occhi fino al mare che dalla distanza appariva come un triangolo blu intenso delineato dalle montagne rosse in basso e dal cielo celeste chiaro all’orizzonte. Un cielo monocromatico in quella giornata di ottobre che non ospitava l’ombra di una nuvola e regalava una temperatura stranamente mite per l’autunno. Mentre Silvio contemplava il panorama riconoscendo mnemonicamente ogni strada, ogni struttura e ogni grande albero di quella vista, Emilio cominciò a inerpicarsi tra le rocce, con destrezza e agilità, senza perdere nemmeno per un momento l’equilibrio. I piedi fermi e sicuri non faticavano a trovare un punto d’appoggio mentre le mani rapide afferravano gli spuntoni e si insinuavano nelle insenature tra le pietre come conoscendo a memoria quel percorso.
«Si dice che da ogni nuraghe se ne possano vedere altri due» disse improvvisamente Silvio rivolgendosi a Emilio che ora sedeva sulla parte più alta della torre principale come accomodato in una sua personale terrazza sulla valle «quindi da ognuno di quei due nuraghi ne puoi vedere altri due, e così via. Seguendo questo processo non solo puoi raggiungere ogni nuraghe esistente, ma puoi facilmente disegnare una mappa fatta di linee e punti, una fitta rete di percorsi che si districano su tutta la superficie di quest’isola come le venature su una foglia. Quanti nuraghe vedi da lì sopra?» domandò Silvio infine al bambino.
«Mmmm uno?» rispose titubante Emilio dopo aver osservato attentamente la vallata.
«Esattamente! Da questo nuraghe, puoi vederne unicamente uno, quello dal quale sono arrivato io qualche mese fa.»
«E da dove sei partito?»
Passato
Le foglie delle querce da sughero e dei lecci ricoprivano il terreno freddo e umido, le pietre mascherate dal muschio risaltavano in quel tappeto ocra autunnale che, come un quadro di puntinismo, stuzzicava la fantasia e la capacità interpretativa dell’osservatore che poteva passare piacevolmente i minuti cercando forme familiari e ispiratrici.
Le cortecce delle sugherete completavano un quadro, regredito all’impressionismo, del bosco autunnale; nude per la recente raccolta del sughero le piante si schieravano disordinate come un esercito amaranto stanco e abbattuto, dei combattenti feriti e privati delle loro armature che, sanguinanti e dolenti, deambulavano lentamente curvi su loro stessi davanti agli occhi del giovane Silvio stanchi e ancora arrossati dal fumo della carbonaia che lentamente cucinava al suo interno tonnellate di legna divisa e sezionata; tronchi, rami e fuscelli, di ginestra, lentischio e corbezzolo, tagliati, sminuzzati e composti ordinatamente e con criterio all’interno della grande struttura circolare.
Silvio, infreddolito e stanco, sedeva sotto la copertura di legno costruita a pochi passi dalla carbonaia, era un ragazzo affascinante, dagli occhi celesti come i fiori della piombaggine, lo sguardo dolce, tipico dei giovani, non presentava rughe se non le leggere linee di espressione che suggeriscono le abitudini comportamentali di un volto. Era infatti solito strizzarli quegli occhi, indiscriminatamente per proteggerli dal sole o per osservare un particolare in lontananza, per distinguere un animale tra la boscaglia o riconoscere un volto tra la folla.
Era biondo con capelli abbondanti, forti e fluenti, che si sarebbero con il tempo lentamente imbiancati senza però mai diradarsi abbastanza da comprometterne i tratti somatici.
I compagni di lavoro dormivano profondamente già da qualche ora nelle capanne principali dell’accampamento mentre Silvio controllava pazientemente le piccole fumarole della carbonaia assicurandosi che tutto procedesse nella norma. I rumori del bosco lo accompagnavano, così come lo scricchiolare sommesso e quasi impercettibile del fuoco. Nel mezzo di quella sinfonia conosciuta si inserì ora un nuovo strumento, il dolce tamburellio sulle foglie di una leggera pioggia che senza troppe pretese sembrò sortire il suo effetto deterrente per alcuni animali che anticiparono il loro rientro nelle tane, un appuntamento solitamente programmato per le prime luci dell’alba. I funghi sui tronchi caduti e marci parevano crescere a vista d’occhio con il passare dei minuti e l’aumentare della pioggia che cadeva così lentamente attraverso il fitto del bosco da non riuscire a bagnare il suolo in maniera omogenea.
Silvio, dopo aver osservato intorno le conseguenze di quell’improvviso cambiamento climatico, si alzò e, indossato una berretto di lana nera sufficiente a riparare capelli e nuca dall’umidità, si avvicinò alle bocche della carbonaia per verificare che tutto procedesse regolarmente nonostante quelle poche gocce leggere.
La pioggia si protrasse per poche ore, il cielo cominciava ora a schiarirsi abbastanza da far distinguere sullo sfondo blu acceso e avvolgente le pennellate nere delle nubi che si allontanavano verso est. Un banco di nebbia bianca e fitta cominciò a invadere la vallata, come un fiume in piena che straripando inonda le viuzze di una città costruita sulle sue sponde lei insinuandosi tra i tronchi scoperti delle querce e i funghi novelli giungendo infine a mischiarsi con il fumo turchino della carbonaia.
La visibilità intorno a Silvio cominciava a scarseggiare, la coltre che inizialmente filtrava un paesaggio già sufficientemente scuro arrivò infine ad annullarne quasi completamente le forme, lasciando scorgere solo le chiome degli alberi sopra di essa.
Le volpi gridavano in lontananza salutando l’avvicendarsi dell’alba che solo il loro istinto poteva percepire dietro quel muro di invisibilità. Un improvviso movimento attirò la vista periferica di Silvio che si voltò rapidamente per afferrare quello spostamento. Strizzò gli occhi, come era solito fare, cercando di mettere a fuoco una figura scura e sinuosa che avvolta dalla nebbia si muoveva intorno a lui creando un cerchio. Come sotto l’influenza di un incantesimo Silvio cominciò a seguire quel movimento quando si accorse che non era sola. Due, tre, quattro ombre eseguivano quel percorso circolare di cui lui era il perno. Cominciò a riflettere con velocità, attivando tutti i suoi sensi: non erano cinghiali, avrebbe sentito il rumore sordo dei loro zoccoli sul terreno umido, riconosciuto il loro respiro pesate e i grugniti sotto le zanne; non erano volpi, tanto meno capre, animali troppo timidi per un comportamento così temerario; non erano persone, nessun rumore o respiro le accompagnava. Il silenzio più totale circondava quelle figure ondeggianti, la vista era l’unico senso che sembrava rispondere a quelle presenze, non c’erano altri rumori, altre sensazioni, niente.
Come una giovane preda allontanata e isolata dalla protezione del branco, Silvio si sentiva circondato da predatori pronti all’attacco letale, non poteva fare altro che seguirne con lo sguardo i movimenti per non farsi trovare impreparato e riuscire a reagire prontamente al primo assalto.
Quando, nel pieno di quello stato di tensione, tutto si bloccò. Una folata di vento gelido che sembrò non influire minimamente nell’ambiente circostante, fece rabbrividire il cuore di Silvio che paralizzato deglutì lentamente nel tentativo disperato di mantenere la calma e non lasciarsi travolgere dall’assurdità di quello che stava accadendo intorno a lui.
Aveva sentito storie di fantasmi e di spiriti, benigni e maligni; di incontri con anime dei defunti e anomale presenze in luoghi mistici o inaspettati, ma nonostante non avesse mai veramente creduto a queste dicerie, non aveva mai nemmeno rischiato di indispettire, disturbare o minacciare l’ipotetica tranquillità di queste presenze, limitandosi a seguire le regole conformi alla tradizione. Credeva però, questo sì, all’esistenza di spiriti antichi che abitavano l’isola da tempi immemori, ne erano la prova le costruzioni e i simboli di una passata civiltà incontrati duranti i suoi anni di lavoro tra i boschi; non pensava si trattasse di qualcosa di religioso, divino o demoniaco che fosse ma sapeva che in quei luoghi qualcosa c’era, non ne aveva la certezza, non ne aveva mai incontrato uno, quanto piuttosto il sentore, una conoscenza atavica insita in lui. Quando sentì quel brivido colpirlo capì che quel qualcosa si stava verificando.
Immobile, con tutti i sensi in tensione, come pietrificato muoveva solo gli occhi, spostandoli rapidamente un’ombra all’altra quando la nebbia cominciò lentamente a compattarsi in candide tuniche morbide e sinuose delineando forme dolci e femminili.
Quella visione magica fu come infondere a Silvio un calore nuovo e sconosciuto, trasformando lo stato di tensione pronta alla reazione, in un avvolgente incanto ipnotico.
Alte e longilinee quattro donne dal portamento aggraziato e nobile si stagliarono intorno a lui, la nebbia si dissolse completamente e Silvio poté vederle con chiarezza, illuminate dalla leggera luce bianca che iniziava a schiarire il cielo.
Le donne avevano i capelli lunghi e fluenti, castani come la corteccia forte di una quercia; gli occhi
scuri e profondi, con dentro ogni sfumatura di verde, come le foglie di un bosco alla luce del freddo sole invernale. La loro pelle ambrata e corposa contrastava con armonia avvolta dal bianco candido delle vesti che ricadevano in onde ordinate che creavano chiari scuri e profondità a quelle ombre prima incorporee e ora perfette e bellissime.
Le donne rimanevano immobili in quella posizione intorno a Silvio, le loro mani, dalle dita lunghe e nodose, erano distese sui loro fianchi come abbandonate e prive di vita, i palmi rivolti verso avanti, mostravano nei polsi una pelle quasi trasparente che lasciava intravedere le azzurre vene pulsanti che si diramavano come la foce a dolce di un immenso fiume.
Come delle antiche muse, divinità, sacerdotesse di templi conosciuti solo nelle storie mitologiche, le janas osservavano fissamente verso il giovane con un’espressione di sofferenza e disapprovazione. Silvio, ripresosi dal torpore dell’incredulità, osservò meglio quegli occhi e seguendone la direzione capì: non era lui che circondavano bensì il cumulo scuro e compatto della carbonaia fumante. «Mi dispiace» balbettò istintivamente.
Una delle donne si mosse allora verso il ragazzo con triste rassegnazione, alzò la mano candida e sfiorò la sua guancia «Lo so» sussurrò con una voce leggera e quasi impercettibile.
Non furono quelle poche parole o l’esperienza nel suo complesso a far capire a Silvio quali sarebbero stati i suoi passi successivi. Bastò la carezza di quella mano, la sensazione di quel tocco sulla sua pelle a trasmettergli la consapevolezza delle sue azioni, la presa di coscienza di quello che aveva fatto.
La carbonaia esalò un’ultima grande fumata turchina e con essa le figure si dissolsero, portate via dalla brezza dell’alba. Il legno tutto si ormai era trasformato in nero carbone esanime, era troppo tardi per rimediare a quell’errore ma Silvio poteva ancora redimere le sue colpe e quegli anni di devastazione.
Presente
«Devi sapere che sono partito proprio da questo nuraghe dove ci troviamo adesso» rispose Silvio alla domanda colma di eccitazione del piccolo Emilio «circa 40 anni fa.»
«Questo significa che hai visitato i nuraghi di tutta l’isola?» domandò il bambino osservando imperterrito la vallata.
«Posso affermarlo con certezza» rispose Silvio senza riuscire a nascondere un certo orgoglio.
«E quale è il segreto di questo nuraghe?»
«Se c’era un sistema di comunicazione che collegava tutti i nuraghi questo era il punto di arrivo e di partenza di ogni messaggio. Questo pensai quando iniziai il mio percorso», rispose ora soddisfatto di quell’auditorio attento che continuava a guardare verso l’orizzonte a ogni lato per cercare altre informazioni importanti «ma ora che ho viaggiato anche io, come un messaggio, per ogni singolo nuraghe di questa isola, posso affermare che non è così.»
«No?» domandò Emilio sempre più incuriosito e sorpreso da quelle parole.
«No, perché se guardi bene, lì in fondo, puoi intravedere tra la boscaglia delle grandi rocce tondeggianti: quelle sono domus de janas.»
«Quelle con cui hai parlato tu?»
«Proprio loro», annuì Silvio «di conseguenza non è questo nuraghe il punto di partenza dei messaggi.»
«Erano loro?»
«Lo sono ancora.»
«Grazie a loro ho potuto vedere e conoscere. Ho parlato con persone in ogni paese, in ogni campagna; ho cercato di spiegare loro quello che stava accadendo: stavamo mettendo a repentaglio l’equilibrio della nostra Terra invece che preservarlo», Silvio abbassò lo sguardo e con esso il tono di voce «Era l’unico modo per cercare di rimediare ai miei errori, per andarmene da questo Mondo lasciando qualcosa in più di quello che avevo preso, fosse anche solo la consapevolezza nelle persone», concluse assorto in un flusso di coscienza, fissando l’orizzonte e quasi dimenticando di avere un interlocutore.
«E pensi di aver ristabilito l’equilibrio?» interruppe Emilio.
«Non lo posso sapere, ma dovevo fare tutto quello che potevo per riuscirci.»
«Forse è per questo che dicono che sei matto.»
«Perché?» domandò stupito e divertito dall’affermazione l’anziano.
«Perché se si perde l’equilibrio si cade» affermò Emilio mentre scendeva dal muro del nuraghe come un’abile capretta di montagna «e tu hai vagato in lungo e in largo per cercare di far capire a tutti che avevano perso l’equilibrio. Ma secondo me non lo sei, sono solo spaventati.»
«Grazie» risposte Silvio sorridendo soddisfatto dell’impeccabile ragionamento del bambino.
«Stai tranquillo», continuò Emilio continuando la sua discesa dal nuraghe «con me ci sei riuscito», concluse posando con un balzo entrambi i piedi sul suolo.
©Cristina Aresu


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