Il cammino
Da quante ore camminava? Se lo domandava costantemente, provava a fare i conti in testa «Sono 10 giorni ormai no? Ho camminato quanto al giorno? Beh lunedì sono state certamente 14 ore, mio dio che fatica, che incubo» pensava Atena.
Sapeva sarebbe stato un incubo ma non c’era altra scelta, non c’era altra possibilità, non c’era altra soluzione, nessuna, se non scappare.
Quando qualcuno dice “scappare” la prima cosa che viene in mente è la corsa, correre da un pericolo per cercare rifugio, salvezza. Ed effettivamente stava scappando, ma che modo lento di scappare, quante ore ci vogliono per scappare, e fino a dove si deve scappare prima di essere nuovamente al sicuro? Sarebbe mai stata nuovamente al sicuro?
Abbassò gli occhi verso le sue scarpe diventate marroni per la polvere e il fango, le osservò con gli occhi stanchi e altrettanto impolverati, le poche lacrime che producevano per mantenere l’idratazione segnavano una corolla di pelle limpida intorno a essi.
«Qual è la definizione corretta di scappare?» abbassò la mano verso la tasca posteriore dei suoi jeans per acchiappare il cellulare, sorrise amaramente, la riportò alla bretella dello zaino; sarebbe stato bello adesso avere una connessione e guardare il dizionario, quante abitudini avrebbe dovuto dimenticare.
Poco importava, ciò che contava era la sua fuga, la più lenta e lunga della storia, se non altro per lei che la percepiva e sperimentava.
Il volo
Quanti aerei aveva preso in quei pochi mesi? Juliana ripercorreva con la mente i 6 mesi dell’anno nuovo già trascorsi, aveva preso 10 aerei, se pensava all’andata e al ritorno: 10 voli, 10 decolli, 10 atterraggi. Aveva fatto più viaggi quell’anno che negli anni precedenti, che scelta strana per quel nuovo anno, spuntare dalla lista tutti quei posti che avrebbe voluto visitare per così tanto tempo e sempre aveva rimandato. Si sentiva felice di quei viaggi, di quelle esperienze, delle persone che aveva incontrato, vecchie e nuove. Ma questa volta era diverso, questa volta non si trattava di un decollo che avrebbe portato all’ignoto o di un atterraggio che avrebbe dipinto un sorriso nel suo viso. Ne era consapevole e cercava di scacciare via quel pensiero dalla sua mente. Abbassò lo sguardo verso i suoi piedi fermi sul marciapiede mobile che la portava al gate, si domandò se fosse stata una buona idea indossare le scarpe nuove per il viaggio, e se poi le fossero venute delle bolle ai piedi? Ma non avrebbe dovuto camminare troppo, rifletté osservando le sneakers bianche candide immobili sul metallo che la spostava; gli occhiali da sole troppo grandi, le scivolarono di qualche millimetro sul naso, li spinse indietro con il dito indice. Si guardò intorno constatando che non aveva molto senso tenerli ancora addosso, anche perché cominciavano a darle fastidio, sotto i naselli instabili sudava, stringeva gli occhi per osservarsi meglio intorno e per filtrare le lenti polarizzate. Alzò la mano con rassegnazione, se li tolse e ne infilò un’asticella nella tasca laterale del jeans oversize e alla moda.
Le pupille scoperte dalla protezione si restrinsero eccessivamente e rapidamente per proteggersi dalla luce, si passò una mano sull’arcata sopraccigliare per asciugarsi il sudore, se avesse continuato a fare così caldo chissà se il suo mascara avrebbe retto.
Scarpe nuove, trucco, vestiti alla moda, perché aveva deciso di vestirsi così? Come se stesse andando a una serata tra amici dove avrebbe certamente incontrato qualcuno di interessante e volesse apparire al suo meglio.
«Maledizione a me» pensò frustrata, ma si ricordò che il trucco sarebbe servito da deterrente per il pianto, che i vestiti nuovi e all’ultima moda la facevano star bene con se stessa, e che gli sguardi delle persone che incontrava, incuriositi e di ammirazione la facevano sentire speciale.
Si portò la mano alla tasca posteriore dove si trovava il telefono, guardò l’ora «è tardi» pensò mossa dall’ansia sapendo invece benissimo che aveva tempo a sufficienza per arrivare con largo anticipo e cominciò a camminare amplificando la propulsione già garantita dalla scala mobile.
La fuga
In quanti modi la gente scappa? Oltre correre, oltre nascondersi, c’è anche chi lo fa in maniera comoda, poi chiaro: dipende anche da che cosa si sta scappando. Avrebbe sempre voluto viaggiare, di certo non si sarebbe aspettata di farlo così.
Atena guardò nuovamente i suoi piedi fare un passo dopo l’altro, li osservava così intensamente da distaccarsi dal suo corpo. Non erano più i suoi piedi che camminavano, erano dei piedi sì, ma non i suoi, li poteva ancora controllare? Non ci voleva nemmeno provare, li lasciava andare, non pensava più a loro, se l’avesse fatto avrebbe sentito il dolore delle bolle, delle ferite e dei calli. No, meglio non pensarci «i miei piedi sono le mie scarpe impolverate, non c’è niente dentro di esse, non c’è dolore e non c’è sangue» si ripeteva in testa per resistere.
Un po’ come lei, c’era ancora qualcosa dentro di lei, c’era stato, non c’era più. Dove fosse andato nessuno l’avrebbe mai scoperto, se fosse tornato, sarebbe stato insanguinato come quei piedi.
Alzò lo sguardo davanti a sé, il piccolo sentiero sterrato era tempestato di pietruzze irregolari, il sole cominciava a essere troppo forte per continuare a camminare, cercò un albero e decise di fermarsi un attimo per riposare, aveva fame e aveva sete. Si tolse lo zaino dalle spalle e aprendolo meccanicamente quanto bastava per infilarvi un braccio, tirò fuori una piccola barretta scura e secca, la spezzò in due, si spostò il velo che le copriva il volto per proteggerlo dal vento e dalla polvere e cominciò a mangiare con lentezza e distrazione.
Atena era bellissima, una bellezza che attirava sempre l’attenzione di tutti, aveva dei bellissimi occhi verde acqua, chiari e brillanti, grandi e leggermente ovali; aveva un neo sopra il grosso sopracciglio destro che regalava ulteriore intensità a uno sguardo già di suo carico di storia e sofferenze. Delle labbra carnose incorniciavano dei denti bianchi e curati, una mandibola importante arrotondava i suoi lineamenti altrimenti spigolosi.
Nonostante i vestiti impolverati e logori, il velo che la nascondeva e la stanchezza che segnava i suoi occhi, la sua bellezza sarebbe comunque stata percepita istantaneamente. Ma in quel deserto di pietra e polvere era l’unica avventrice e nessuno avrebbe potuto incrociare il suo sguardo per chilometri.
Il gate
Juliana si piantò con un sospiro davanti al distributore automatico, unica fonte di cibo e bevande presente nel lungo corridoio dei gate di quell’aeroporto remoto. Sbuffò e cominciò a osservare i deliziosi cibi chimici che la non troppo ampia selezione del distributore offriva.
Si pentì di non essersi fermata prima in uno dei tanti ristoranti e catene che aveva incrociato precedentemente, quanta fretta per arrivare fino a quel punto dell’aeroporto per poi dover aspettare lì. Seguì la linea di barrette energetiche e piccole buste di patatine e noccioline, il ronzare della macchinetta si mischiava al brusio delle persone dietro di lei, osservò nel riflesso del vetro i movimenti confusi di tutti i suoi futuri compagni di viaggio, sbuffò, spostò lo sguardo verso il proprio riflesso, aveva un’espressione stanca e abbattuta «devo mangiare!» pensò focalizzandosi nuovamente sul cibo. Mise a fuoco una barretta proteica di avena e frutti secchi «B18» lesse a bassa voce cominciando a muovere le monete che aveva nella tasca anteriore dei pantaloni per cercare con la memoria tattile l’importo necessario per acquistare il prodotto «2€».
Juliana era bella, non una bellezza fuori dal normale, niente di speciale e niente da togliere il fiato, non era brutta, questo no, ma non era nemmeno bellissima.
Se avesse chiesto il giudizio a due ragazzi la risposta di uno sarebbe stata; «Sì dai, è una bella ragazza» e di un altro: «No dai, non è bella! È carina sì, ma non bella».
Se l’avessero chiesto invece a delle donne avrebbero risposto: «Ha dei bellissimi occhi e dei bellissimi lineamenti, è molto armonica, indubbiamente».
Lei dal canto suo era consapevole di essere normale, niente di particolare. Viveva felice con quella convinzione ma oggi aveva bisogno di sentirsi bella, aveva bisogno di sentirsi forte e sicura di sé. Aveva la sensazione che quello sarebbe stato uno degli unici modi per sopravvivere a quello che la aspettava: dimenticarsi, sentirsi speciale e cercare di essere felice.
Viveva la sua vita non come se fosse un nuovo capitolo, ma le sembrava addirittura di essere in un nuovo libro, il secondo volume di una trilogia. Dopo l’amara conclusione del primo ora aveva appena iniziato a leggere le nuove pagine del secondo. Con la stessa confusione di tutti gli inizi, nuovi personaggi a cui ancora doveva affezionarsi, alcuni dei quali aveva già intuito sarebbero stati personaggi principali e altri secondari, la cui utilità finale nella narrazione era ancora poco chiara. Nuove ambientazioni, nuovi colori e nuove passioni. Era interessante cominciare di nuovo a leggere, ma l’assenza di alcuni dei personaggi principali della storia che si era appena conclusa la confondevano molto.
Confini
La guerra aveva portavo via troppe persone, guardando quel paesaggio malinconico intorno a lei Atena ripensava ai suoi amici che non avrebbe più visto, ai loro occhi spaventati quando avevano sentito le prime esplosioni lontane e poi sempre più vicine, i tremori sempre più forti e la polvere delle macerie, pesante e dolorosa, pioverle dall’alto: «Quella maledetta polvere» sospirò.
Ora lì, in quel deserto era diverso, il vento alzava la polvere in una danza di piccole turbine, il rumore dei suoi passi sulla terra accompagnavano l’inquietudine della calma. Era arrivata al confine. Il check-point completamente abbandonato sembrava uscito da un film distopico.
Il grande muro che separava le nazioni era crollato in diverse parti della sua lunghezza, le bombe prima e la fiumana di persone dopo, avevano calpestato quel maldestro tentativo di divisione. Atena seguì con lo sguardo la linea del cemento che sembrava andare all’infinito, si voltò a destra, a sinistra, sospirò e con attenzione cercò il punto più semplice per attraversare. Si affacciò in una grande breccia dove alcuni brandelli di vestiti svolazzavano come banderuole, il filo spinato cascava dalla cima della parete come una pianta rampicante. Infilò la testa in quella spaccatura stando attenta agli spuntoni di ferro, osservò dall’altra parte, il deserto sembrava meno inospitale, era lo stesso, non cambiava assolutamente niente, ma chissà per quale ragione superare quel muro dava la percezione di differenza.
Quanto mancava per arrivare alla casa? Atena non aveva solo perso la percezione temporale ma anche quella spaziale, non conosceva quella strada e quella nazione, anche se il panorama era uguale, non sapeva dove sarebbe dovuta andare. Prese dalla tasca della giacca un pezzo di carta stropicciato, lo spiegò davanti a lei e osservò le linee scritte a mano con un pennarello nero sulla mappa. Si guardò intorno per cercare punti di riferimento e fare qualche calcolo sui chilometri che mancavano, il nome della cittadina che doveva raggiungere era cerchiato in rosso e dei piccoli raggi di allegria lo circondavano come il sole di un disegno infantile.
A occhio e croce sarebbe riuscita ad arrivare prima del tramonto se avesse continuato a camminare con lo stesso ritmo, ce l’avrebbe fatta, non poteva più resistere, la speranza le riempì le gambe di energia, non voleva più dormire dentro quello stupido sacco a pelo, non le importava di ammirare le stelle, voleva solo arrivare.
Capì la direzione che avrebbe dovuto prendere, doveva solo seguire una linea retta, seguire il percorso, seguire la strada che proseguiva verso est. Si rimise la mappa nella tasca, strinse le bretelle dello zaino e alzando il mento cominciò nuovamente a camminare.
Frontiere
Juliana prese rapidamente il passaporto dalla tasca interna del suo blazer e lo porse all’agente di dogana che osservò la foto poi la ragazza, la foto e la ragazza, annuì con gli occhi e premette qualche lettera apparentemente casuale sulla tastiera del computer. «Buona giornata e buona permanenza» disse poi restituendo il passaporto alla ragazza.
La porta a vetri si aprì davanti a lei, la attraversò con un sospirò, un confine fittizio in un non luogo. Come poteva essere possibile attraversare quella porta ed essere improvvisamente in un’altra nazione. Che significato aveva? In che momento effettivamente era arrivata? Quando l’aereo era atterrato? Quando aveva messo piede sull’asfalto della pista d’atterraggio? Forse era stato proprio lì mentre attraversava quella porta o chissà magari ancora doveva arrivare.
Il passaggio era talmente graduale e soggettivo che ognuno avrebbe potuto dare una risposta diversa. Per lei il ritorno sarebbe stato quando aprendo la porta di casa avrebbe visto per la prima volta dopo tanto tempo visi familiari, oggetti conosciuti, luoghi abituali, un albero, la chiesa, un palazzo. Forse il vero ritorno sarebbe arrivato nel momento in cui avrebbe realizzato che tutto era cambiato e non sarebbe mai stato uguale. Nonostante le solite facce, nonostante le solite case, le solite stanze e le solite abitudini. Tutto era cambiato.
Juliana prese il telefono in mano e aprì l’applicazione per chiamare il taxi, inserì senza pensarci due volte l’indirizzo del cimitero, sospirò e prenotò.
La collina erbosa era abbastanza alta da coprire il piccolo villaggio che si nascondeva nella vallata, Atena arrivò in cima con facilità ma non senza fatica, erano ore che aveva attraversato il confine e camminava ormai quasi involontariamente. Metteva i piedi uno davanti all’altro quasi trascinandoli, mossa più dalla voglia di arrivare finalmente a destinazione che da effettive energie che il suo corpo era ancora in grado di produrre.
Quando vide il profilo delle piccole case rustiche del villaggio separate da lei solo da un vecchio ponte romano che attraversava un magro fiume, una grande gioia si dipinse nei suoi occhi. Quell’immagine corrispondeva esattamente alla descrizione che le era stata fatta al telefono prima di partire. L’aveva immagazzinata perfettamente nella sua mente, l’aveva memorizzata e ripetuta continuamente ogni giorno prima di addormentarsi.
Indirizzò lo sguardo verso la torre di pietre e mattoni che si ergeva sul lato ovest del villaggio, contò i tetti verso il centro «uno, due, tre» la terza casa sulla sinistra.
Sentì le lacrime cominciare a bagnarle gli occhi: «Non ancora» si disse senza riuscire a contenere la gioia, e cominciò la discesa verso la sua meta.
Dal finestrino della macchina Juliana osservava i grandi grattacieli della città avvicinarsi rapidamente, sparendo per colpa della prospettiva, l’uno dietro l’altro, fino ad abbracciarla. Il taxi svoltò lasciandosi il centro cittadino sulla destra attraversando un grande ponte con quattro corsie per ogni senso di marcia. Juliana ammirava quello spettacolo con triste malinconia.
Mise a fuoco il suo riflesso nel finestrino, sembrava più stanca di prima, le occhiaie cominciavano a essere scure e profonde, i suoi occhi prima attivi e svegli sembrano perdere vitalità ogni minuto che passava. Ma questa volta non era la fame, non erano nemmeno le ore di viaggio, sapeva benissimo che avrebbe pianto, ma non era ancora il momento «Non ancora», niente era ancora successo. Doveva resistere.
Si abbassò gli occhiali da sole che mantenevano il suo viso libero dai lisci capelli castani, due ciocche scesero coprendo i suoi lineamenti, gli occhiali garantirono una grande maschera che avrebbe nascosto anche a se stessa ogni emozione.
Arrivi
Atena vide la piccola casa dal tetto spiovente con due piccoli lucernai affacciarsi sulla stradina in ciottolato. Bussò alla porta piano con considerazione ed educazione, nel tentativo di non spaventare chiunque si sarebbe trovato dietro di essa. Si udirono dei passi veloci avvicinarsi, la porta si aprì di scatto, una donna dallo sguardo addormentato osservò Atena, i suoi occhi si illuminarono di una gioia incontenibile «Scusa mamma se ci ho messo tanto».
Juliana si avvicinò alla parete infinita di lapidi adornate di fiori e lumini accesi, camminò lentamente senza prestare attenzione a nessun nome, nessuna foto e nessuna data. Andò dritta verso la fine della parete, si fermò davanti a una lapide sguarnita, il quadrato freddo e spoglio portava solo una piccola targhetta identificativa argentata, posò la mano sul cemento «Scusa mamma se ci ho messo tanto».
©Cristina Aresu


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