I volga e i don
L’urlo delle sirene riecheggiò assordante e violento tra le ampie strade ormai semi vuote della città. I grandi megafoni arancioni posti a ogni angolo, a ogni incrocio e in ogni piazza, ricordavano ai cittadini l’inizio del coprifuoco come un allarme antiaereo dei vecchi tempi.
Gli zoccoli dei destrieri della polizia di controllo rimbombarono all’inizio dell’ampia strada centrale mentre all’unisono le porte delle case interessate all’allarme si chiudevano alle spalle dei volga.
La Signora Clarisse portava sotto braccio la busta della spesa per il banchetto della sera mentre nell’altra mano teneva stretta quella di Simone che, guardando alle sue spalle, salutava Agnes e Madame Curzi.
«Mamma perché tutti i volga si chiudono in casa quando suona la sirena e noi no?» domandò Agnes mentre agitava ancora la sua piccola mano nel salutare Simone.
«Perché loro non possono stare fuori dopo l’imbrunire», rispose la Signora Curzi voltando le spalle riprendendo la passeggiata.
«Perché cosa gli succede se stanno fuori?» continuò Agnes stringendo la mano della madre.
«Non gli succede niente!» sorrise Madame Curzi divertita da quelle domande ingenue da bambina.
«Non capisco… quindi anche Simone deve sempre chiudersi in casa?»
«Certo! Anche Simone e Signora Clarisse sono volga.»
«Mh, ho capito» disse evidentemente non soddisfatta dalle risposte della madre Agnes mentre si godeva il fresco della serata che arrivava «lo chiederò direttamente a Simone più tardi allora», concluse soddisfatta.
Madame Curzi e la piccola Agnes continuarono la passeggiata lungo le grandi vie del entro città per terminare gli acquisti per la serata. Il banchetto si sarebbe svolto in casa Curzi come ogni venerdì sera, quando pochi invitati appartenenti alla classe dei don si riunivano tra le mura della grande villa. La Signora Clarissa, governante della casa, avviava i preparativi per il banchetto, come ogni venerdì avrebbe dovuto dormire in casa Curzi impossibilitata a rientrare nella propria abitazione durante il coprifuoco. A Simone non dispiacevano quei banchetti festanti, rimaneva in cucina a osservare la madre lavorare mentre giocava e chiacchierava con Agnes. Quella sera, che poteva trascorrere con la sua amica era le più divertenti di tutta la settimana. Mentre, durante gli altri giorni, era obbligata a rimanere rinchiusa nel piccolo appartamento nella periferia con la sua famiglia, in queste occasioni poteva per lo meno giocare con Agnes e correre per le grandi sale della villa con lei.
La Periferia
Mentre casa Curzi sorgeva nella parte centrale della città, caratterizzata da basse case e ampie ed eleganti strade, Simone viveva nella nuova periferia.
Costruita decenni addietro, secondo il progetto lungimirante del Nuovo Stato, la periferia era stata annunciata come il nuovo paradiso cittadino. Cinque grandi grattacieli avrebbero potuto ospitare fino a 500 famiglie, per un totale stimato tra i 1500 e i 1700 abitanti, sarebbero sorti poco distanti dal mare, circondati da ettari di verde. Tutto sarebbe stato moderno e ogni infrastruttura sarebbe stata a portata di mano. Lavoro, scuole, divertimento e intrattenimento sarebbero stati fruibili dagli abitanti nel raggio di pochi minuti a piedi.
Dopo qualche anno però qualcosa sembrò andare storto, l’avanzamento del progetto sembrava protrarsi in eterno e il piccolo paradiso promesso non sembrava concretizzarsi. Per sopperire ai costi insormontabili il Nuovo Stato cominciò a vendere i primi appartamenti a prezzi irrisori. I due unici palazzi già conclusi e agibili sorgevano in mezzo al cantiere in piena attività, popolato da ruspe e gru. In una terra di nessuno che ancora non aveva trovato la sua funzione e il suo ruolo nella città. Pochi mezzi di trasporto pubblico giungevano in quella remota zona e scarsi servizi erano presenti.
Gli appartamenti si riempirono così di disperati, di reietti, di famiglie che, in misere condizioni, erano obbligate a spostarsi in periferia per continuare o ambire a una vita decente.
Quando, dopo decenni, le grandi promesse erano ormai dimenticate, il risultato finale fu l’esatto opposto di quello che era stato sponsorizzato ovvero quello che il Nuovo Governo aveva tramato sin dall’inizio.
I grattacieli costruiti furono solo tre e mezzo. Quelli effettivamente agibili solo due e mezzo. Il terzo infatti, costruito su un terreno friabile e troppo vicino alla spiaggia, si era in poco tempo chinato su se stesso, affondando lateralmente. Appariva adesso come un mostro di cemento privo di infissi e diagonale rispetto all’orizzonte.
Intorno ai palazzi non venne costruito niente, i negozi, le piscine, le scuole furono solo uno specchietto per le allodole. I trasporti pubblici, già risicati, si ridussero ulteriormente lasciando la periferia mal collegata e quasi isolata dal centro cittadino.
Il Nuovo Stato aveva trovato il modo perfetto per liberarsi dei volga, per mettere da parte un ampio numero di popolazione indesiderata. Una fetta di cittadini composta da persone che lavoravano alle dipendenze di membri don o persone purtroppo obbligate a ricorrere a espedienti giornalieri o alla criminalità organizzata per tirare a campare.
Chiusi in un perimetro maledetto i volga erano obbligati a rimanere rinchiusi nei loro grattacieli, impossibilitati a uscire dopo il crepuscolo e liberi di muoversi solo dopo l’alba per dirigersi ai rispettivi lavori. I controllori notturni erano particolarmente attivi nella zona e ogni tipo di sgarro era represso con estrema violenza.
Simone viveva nel secondo dei grandi grattacieli, costruito al centro del perimetro. Le uniche due finestre dell’appartamento affacciavano, una davanti al grattacielo inclinato impedendo purtroppo la vista del mare; l’altra affacciava sull’altro grattacielo abitato, regalando come vista, l’interno semi buio degli altri appartamenti.
Seppur confinata dal coprifuoco e dalla periferia Simone riusciva, in rare occasioni, a trovare una via di fuga da quella costrizione: il terrazzo del grattacielo.
Qualche volta infatti, approfittando del silenzio della notte e della casa addormentata, saliva fino all’ultimo piano del palazzo per affacciarsi sul tetto del grattacielo. Da quell’altezza poteva riuscire a scorgere, in lontananza, oltre lo spigolo del palazzo dirimpetto, un piccolo angolo di mare. Ammirava il triangolo nero dell’acqua, delimitato dal cemento e dal cielo stellato, collocarsi lì e immaginava cosa sarebbe stato poter avere la possibilità di passeggiare sulla spiaggia sotto la volta celeste.
«Quindi anche tu fai sempre il coprifuoco?» domandò Agnes mentre spalmava la glassa sopra dei piccoli profiteroles.
«Certo!» rispose sorpresa da quella domanda Simone mentre posava in perfetto equilibrio i mirtilli in cima a ogni dolce.
«Ma perché dovete chiudervi dentro casa di notte? Vi succede qualcosa se non lo fate?» continuò Agnes passando il dito sopra la spatola per rubare un po’ di glassa.
«Niente no, non ci succede niente» rispose Simone continuando a posizionare i mirtilli.
«Come no!?! E allora perché vi dovete chiudere dentro? E perché ci sono i militari che controllano? Non capisco!» domandò Agnes portandosi un dito in bocca per assaporare la glassa.
«Cosa pensavi ci accadesse scusa?» Simone smise di sistemare i mirtilli e osservò Agnes che rimase interdetta «Non so» arrossì tenendo il dito in bocca e sgranando gli occhi «magari vi trasformavate in qualcosa!»
«Tipo Lupi Mannari?» chiese Simone ridendo.
«O Vampiri!» ribatté Agnes accennando anche lei al sorriso.
«No, non ci trasformiamo in niente purtroppo», disse Simone fissando davanti a se e dimenticando per un momento i mirtilli.
«Perché purtroppo?»
«Beh se mi trasformassi in un vampiro almeno potrei uscire dal palazzo sai? Volerei oltre il grattacielo obliquo e andrei direttamente al mare!»
«Ti manca un po’ uscire la sera vero?»
«Mmmmm, non so se mi manca. In fondo non ho mai avuto occasione di farlo.»
«Cooooosa?»
«Non ho mai potuto vivere la notte, alla mia nascita già esisteva il coprifuoco per noi.»
«Quindi non hai mai visto il mare di notte? La spiaggia, le onde, le stelle?» Agnes spalancò la bocca sorpresa «non hai mai visto i gamberetti luminosi?!?»
«Cosa sono i gamberetti luminosi?»
Agnes batté la spatola sul tavolo come se si trattasse di uno scettro reale «Dobbiamo porvi rimedio», sentenziò gonfiando il petto e assumendo una posizione fiera.
«Cosa intendi?» rise Simone vedendola in quella posizione.
Agnes saltò giù dallo sgabello esattamente nello stesso momento in cui la Signora Clarisse rientrava nella cucina spingendo la porta «Signora noi abbiamo finito qui va bene?» affermò poi prendendo la mano di Simone e correndo via.
«Che intenzioni hai?»
«Dobbiamo studiare un piano Simone! Tu devi vedere i gamberetti luminosi!»
«E come?»
«Andremo al mare!»
«Quando?»
«Adesso!»
Il piano e la fuga
Agnes e Simone osservavano la mappa della città srotolata sul pavimento e tenuta ferma da dei giocattoli a ogni angolo. Agnes puntava con una dito la sua casa e con l’altro la spiaggia esattamente davanti al grande grattacielo obliquo mentre Simone accomodava dentro un piccolo zainetto la sfilza di oggetti e strumenti «indispensabili per l’avventura» che Agnes aveva rimediato dalla casa.
«Ci scopriranno», bisbigliò Simone ripiegando degli asciugamani in microfibra.
«Come possono scoprirci?» disse Agnes studiando con minuzia le vie.
«La periferia è sempre circondata da guardie Agnes! Lo so!» continuò Simone rigirandosi tra le mani degli occhialetti da mare.
«Potremmo passare da qui», disse Agnes indicando il parco che sorgeva accanto alle mura della periferia «seguiremo la via principale fino a quasi le porte della periferia e poi», mosse il dito verso una via traversa «volteremo qui circumnavigando l’area!»
«Tu sei pazza!» disse Simone alzando lo sguardo verso la cartina «Da lì? No, è troppo pericoloso!» sentenziò afferrando una torcia.
«Perché è pericoloso se nessuno si trasforma in niente?» disse Agnes alzando lo sguardo dalla cartina.
«Che fissazione con le trasformazioni oh!» rispose Simone rigirandosi la torcia tra le mani.
«È che mi sembra l’unica ragione logica per tenervi dentro casa!» provò a stuzzicare Agnes.
«Non ci trasformiamo in niente ma se ci trovano fuori dopo il coprifuoco sono guai e lo sai!» affermò Simone infilando la torcia nello zaino.
«Vuoi vederlo o no il mare?» domandò quasi con rabbia Agnes.
Simone sospirò con rassegnazione, osservò nuovamente la cartina e indicò un punto «possiamo passare da qui, è una scorciatoia che facciamo di solito per tornare a casa, sbuca all’ingresso sud delle mura», disse mestamente.
«Benissimo! È pronto lo zaino?»
Uscire di casa fu meno complicato di quello che si sarebbero aspettati. Attesero con pazienza che il banchetto terminasse, che tutti i partecipati rincasassero e che gli abitanti della casa si addormentassero. Non appena tutto piombò nel silenzio profondo della notte Simone sgattaiolò dalla stanza della servitù e si diresse verso il portone del giardino dove Agnes aspettava.
Simone si affacciò e osservò all’esterno, gli alberi intorno alle mura della proprietà erano illuminati dalla bianca luce lunare. Respirò l’aria fresca e umida della notte, un brivido le corse lungo la schiena «Questa è una brutta idea» affermò senza riuscire a superare il gradino sull’uscio. Agnes si avvicinò con risolutezza, si lanciò lo zaino in spalla e afferrò la mano di Simone «Possiamo rimanere qui se hai paura.»
«Non ho paura è che… è solo che non posso.»
«Hai paura di trasformati eh? Dì la verità», scherzò Agnes.
Simone si mise a ridere di gusto, afferrò la mano di Agnes e saltò giù dal gradino atterrando sul prato. Chiuse gli occhi e strinse i pugni come se gli stesse succedendo qualcosa «Niente?» domandò sorridente.
Il percorso tra le viuzze secondarie del centro città si rivelò privo di pericoli, la maggior parte dei poliziotti controllori erano fermi nelle guardiole mentre per le strade regnava il silenzio. Dovevano fare attenzione ai rumori ma con calma e cautela riuscirono ad arrivare fin quasi al grande muro della periferia.
«E adesso?» domandò Agnes sbucando da un muretto a secco e osservando i poliziotti controllori a cavallo che pattugliavano la zona.
«Adesso gireremo per di qua», disse Simone indicando un viottolo sterrato che si infilava tra la foresta.
Agnes deglutì lasciando pendere il binocolo «OK!» affermò a testa bassa cercando nello zaino la torcia e il coraggio.
«Non possiamo usare la torcia qui! Ci vedranno!» disse Simone porgendo la mano.
Agnes spostò la mano di Simone facendo un respiro profondo «Andiamo!» disse poi con fierezza ritirando la torcia nello zaino e avviandosi verso la stradina.
Il buio tra gli alberi era quasi totale, Agnes si guardava intorno con massima circospezione, cercando di prestare attenzione a ogni minimo rumore della foresta. Simone invece era incontenibile, la paura di essere scoperti ormai era stata completamente superata dalla gioia di essere fuori durante la notte. Il buio intorno a loro, la luce della luna e il cielo stellato, trovava tutto, persino la foresta avvolta dalle tenebre, di una bellezza struggente.
«Perché passate per di qua invece di fare la via accanto al muro?» domandò Agnes mentre strizzava gli occhi seguendo il sentiero di ghiaia che risaltava tra le tenebre.
«Mamma dice che non devo sentire le parole che i controllori ci dicono.»
«I controllori di giorno?»
«Sì qui in periferia sono sempre attivi, anche durante il giorno.»
«Ma se di giorno potete uscire!»
«Sì, ma sai, noi volga non siamo ben visti.»
«Non lo sapevo.»
«Certo che non sai proprio un bel niente tu eh?»
«Ehi!Io so un sacco di cose!»
«Sì ma evidentemente nessuno ti ha spiegato come funziona la periferia.»
Agnes rifletté per un momento, si fermò d’improvviso.
«Eh già! Nessuno ve ne parla.»
«Hai ragione! Perché?»
«Per la stessa ragione per cui non ci fanno uscire di notte.»
«Nessuna?»
«Nessuna valida.»
«E come se vi volessero impedire di vivere, come se vi volessero cancellare.»
«E se continuano così ci riusciranno.»
Un grido in lontananza fece accapponare la pelle ad Agnes e Simone che si zittirono immediatamente sgranando gli occhi «Cosa è stato?» bisbigliò Agnes.
«Stanno per cominciare una ronda», affermò Simone tendendo l’orecchio verso l’inizio del sentiero.
«Passeranno per di qua?» domandò Agnes abbassandosi.
«Non dovrebbero.»
«Forse ci hanno sentito?»
Un fascio di luce bianco illuminò un albero sopra le loro teste, il rumore degli zoccoli si sentì spostarsi dall’asfalto alla ghiaia «Dobbiamo nasconderci!» disse Simone guardandosi intorno.
«No!» affermò fermamente Agnes «Devi vedere i gamberetti» concluse afferrando per la mano Simone e cominciando a correre lungo il sentiero.
Il fascio di luce si allontanò alle loro spalle, così come il rumore degli zoccoli, Simone indicava a Agnes ogni traversa che avrebbero dovuto prendere, ogni curva che avrebbero dovuto fare, ogni ostacolo che avrebbero dovuto evitare.
Il sentiero principale si sarebbe biforcato di lì a poco, a qualche metro di distanza dall’ingresso sud della periferia. In quel punto qualche passo tra i cespugli avrebbe portato direttamente al mare. Simone conosceva quel sentiero alla perfezione, l’avrebbe potuto fare anche a occhi chiusi. Fu così che quando arrivarono al bivio, indicò prontamente la via della spiaggia e dopo pochi secondi inchiodò e trascinò Agnes dietro un cespuglio spinoso e le fece il segno di fare silenzio.
Il rumore di zoccoli si avvicinò con pigrizia, il fascio di luce illuminò l’ammasso di cespugli dietro il quale si nascondevano Agnes e Simone, si soffermò per un istante e cambiò direzione. I poliziotti controllori presero la strada verso l’ingresso sud del perimetro e sparirono.
Agnes e Simone si guardarono in perfetto silenzio per qualche minuto fin quando ogni rumore sfumò tra la boscaglia. Tra quella quiete totale il leggero sbattere delle onde sulla battigia si udì dietro di loro. Si voltarono all’unisono e senza dir niente cominciarono a correre fino ad arrivare fin dove i cespugli terminavano e la sabbia prendeva il posto della dura terra.
«Eccoci!» disse Simone immobile, come lo era stato poco prima sul gradino di casa.
«Andiamo!» grido Agnes togliendosi le scarpe e cominciando a correre sorridendo.
Simone si sedette rapidamente per terra e si sfilò le scarpe, senza farsi pregare questa volta, senza paura, senza remore.
Corsero superando la linea diagonale dell’ombra del grattacielo obliquo che la luna proiettava sulla sabbia. Simone guardava i suoi piedi sparire tra i granelli neri, quel fresco era una sensazione insolita e nuova. Se il rumore dei passi era lo stesso, la percezione trasmessa era l’opposto di quello che accadeva di giorno. La sabbia era gelida e pesante, non come quando, nelle ore più calde della giornata, era bollente e leggera. Il sole non poteva dissecarla ora, lasciandola vittima dell’umidità dell’aria.
Arrivarono a due passi dalla battigia quando Agnes esclamò soddisfatta «Guarda!»
Simone si risvegliò dai suoi pensieri, si fermò d’improvviso e alzò lo sguardo. La distesa completamente nera del mare si presentava davanti ai suoi occhi.
Non c’era nessun grattacielo a deturparne la visione, nessuna linea artificiale a limitarne l’orizzonte. Era immenso, infinito e nero. La prima onda bagnò i suoi piedi. Il tepore dell’acqua scosse ancora una volta i suoi sensi. L’esatto opposto di quello che accadeva di giorno le ribaltò la prospettiva e l’abitudine, il contrasto tra il freddo della sabbia e quel caldo inaspettato le fecero scuotere la testa con incredulità quando Agnes ripeté con insistenza «Guarda!»
Simone alzò lo sguardo e vide che Agnes, immersa per metà nell’acqua era circondata da piccole luci blu irreali che ballavano intorno a lei.
«I gamberetti!»
Epilogo
Agnes e Simone nuotavano in silenzio sotto la volta celeste, la luna era sparita a ovest lasciando il cielo completamente a disposizione delle tante stelle che lo illuminavano.
«Sai» esordì Agnes galleggiando sulla schiena facendo il morto e nuotando intorno a Simone che muoveva l’acqua facendo illuminare i piccoli crostacei «i gamberetti non si illuminano durante tutto l’anno.»
«No?» domandò Simone con curiosità.
«No, è solo durante questa stagione», continuò Agnes «chissà magari anche per i volga sarà così»
«Così come?»
«Magari questo è solo un periodo passeggero e tra qualche tempo tutto si risolverà.»
«E cominceremo a brillare.»
«Possibile» sorrise Simone mettendosi nella stessa posizione di Agnes e lasciandosi galleggiare rilassando ogni muscolo «eppure sono tutti gamberetti.»
©Cristina Aresu


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